Andata e ritorno.

Di domenica nei cimiteri ci sono visitatori diversi che nel resto della settimana.

Non ho molto da fare, mi sbrigho in un’ora.

Sento dei passetti che scalpicciano dietro di me.

– Scusa signore, quando torna la mia mamma?

Mi trovo davanti una valanga di treccine, fiocchi e scarpe fluorescenti. La bimba mi guarda seria. Ha in mano un sacchetto che sfrega per terra.

La segue in corsetta un uomo.

– Tesoro non disturbare, il signore sta lavorando – Mi si rivolge – Scusi!

– Ma papà, lui lo sa di certo quando torna la mamma, lavora qui dentro!

L’uomo si accuccia, la prende per le spalle.

– Tesoro: nessuno può sapere quando torna la mamma – Lei imbronciata guarda per terra, lui mi stringe gli occhi crucciato e torna a parlarle – Dillo a questo signore: la nostra mamma è una dottoressa così brava, che l’hanno chiamata i più grandi scienziati del mondo per curare i bambini poveri che soffrono.

– Sì, però anch’io sono stata male e a me non mi ha curato.

– Lo sai, topina, la mamma è tanto lontana che non funzionano nemmeno i telefoni, altrimenti sarebbe venuta subito da te.

Io vorrei sparire.

– Signore, tanto se torna la vedi di sicuro, vieni – Mi porge la manina. Io guardo il padre in cerca di conforto, lui lo spera in me.

Mi porta davanti alla tomba di una giovane donna, è qui da qualche mese ma non ricordo nessuno di loro, forse non ho ricevuto io il funerale.

– Vedi, quando la riportano atterra qui, dove c’è la foto – Indica sorridente l’immagine.

Mi accuccio e cerco di tenere una parte credibile.

– Quanti anni hai signorina?

Mi porge una mano aperta, con l’altra si piega il mignolo di quella.

Le strizzo un occhio: – Quel mignolino vale metà, giusto? Hai quattro anni e mezzo!

Lei sorride e tentenna felice le sue treccine.

– Ascoltami bene: io sono sempre qui, ti prometto che se torna ti chiamo subito!

– Devi telefonare a papà, ma lo sai il numero?

– Certo! Ho il numero di tutti quelli che devono tornare.

– Ma te stai sempre qui? C’hai il letto per dormire?

– Eh sì, se qualcuno arriva di notte come si fa?

Mi guarda storta per tre secondi eterni.

– Ma te l’hai visto qualcuno che è tornato?

Guardo l’uomo, lui strizza le labbra e fa sì con la testa. Sto al gioco.

– Vedi quel posto là? – Indico il campo che abbiamo esumato di recente – Quelli sono già tornati.

La bimba resta a guardare qualche istante in quel punto, si volta e mi fissa:

– E se torna di notte? – Mi indica la lampadina sulla croce – Questa lucina è piccina e forse non la vede.

Lui la prende per mano: – Tesoro basta, dobbiamo andare.

Gli sorrido, ormai siamo in ballo e si balla fino in fondo: – Aspettate qui.

C’è un angolo in cui la gente accumula piccoli accessori che non usa più, talvolta funzionano ancora e gli altri visitatori attingono da lì. Prima ho visto una cosa.

Torno dalla bimba impugnando un lumino a batteria dalla luce rossa.

– Ecco qua – Lo poggio sulla tomba – Se torna sarà incuriosita da questa luce diversa dalle altre e saprà dove atterrare.

Lei sorride tutta contenta: – Bellaaaa! Papà, mettiamola anche a casa.

Ridiamo entrambi, lei ci osserva con uno sguardo severo, che noi maschi non capiamo mai niente.

Ci salutiamo.

Mentre mi allontano sento lei: – Papà, ma se diventiamo poveri anche noi, la mamma ce la rimandano?

Adesso sono spossato. Rimetto a posto gli attrezzi, chiudo le mie stanzine e mi avvio verso il cancello.

I due sono andati via. Butto un occhio sulla tomba della donna e scopro cosa aveva la bimba nel sacchetto. Attaccato alla croce c’è un foglio argentato con un cuore rosso e qualcosa scritto in maniera grossolana, che non ho voglia di leggere.

Esco con la gola annodata che si scioglie solo quando accendo la radio e inizio a cantare a squarciagola.

La cremazione.

Mentre sistemo la stanza degli attrezzi si avvicinano un uomo e una donna.
La tomba del loro caro è a pochi metri.
Cambiano i fiori, puliscono il marmo.
Gli passo accanto salutandoli.
– Avete finito con le esumazioni? – mi fa lui.
– Si continua la prossima settimana.
– Erano consumati? – chiede lei
– Beh, ce n’erano parecchi che abbiamo seppellito di nuovo.
Lei guarda il marito, come a imbeccarlo, lui ricorda la battuta – E cremati? Quanti ne hanno cremati?
Una signora piuttosto anziana lì vicino smette di fare le sue cose e comincia a fissarci.
– Qualcuno – rispondo distratto.
– Ma… – L’uomo indica col mento la tomba del suo caro – Lui quando lo esumate?
– Probabilmente l’anno prossimo, sarete avvisati dall’ufficio quando…
– Non voleva essere cremato da vivo. – m’interrompe la signora – Figuriamoci se lo faccio cremare da morto.
– Tesoro è l’anno prossimo, potrebbe essere pronto.
– Per allora voglio essere convinta – fa lei stizzita.
Il marito mi fissa sgranando gli occhi – Crede sia immorale farsi cremare.
Affronto spesso questi temi, molti sembrano aspettarsi una redenzione dalla nostra risposta, così cerco di stare sul vago per non ferire nessuno.
– Ognuno deve sentirsi in pace per la propria decisione, qualunque sia. Vivere coi rimorsi verso chi non c’è più è la cosa peggiore; sapete – mi tolgo i guanti per fare qualcosa – la maggior parte dei necrofori che conosco vuole essere cremato quando sarà il momento. Ne vediamo così tante, che vogliamo risparmiare l’esperienza dell’esumazione alle nostre famiglie. Non è un fatto etico.
– Lo vedi? – Fa lei smanacciando nel vuoto verso il marito – Io non voglio avere rimorsi.
Lui la prende dolcemente per i fianchi – Per me tu sei tutta grulla! – Si volta e mi saluta.
Lei borbotta finché non escono dal cancello.
 
L’anziana signora adesso si avvicina.
Osserva la coppia uscire poi mi si rivolge.
– Io sono contraria, sa, a farmi bruciare.
La sua pelle intagliata dal tempo fa da cornice a due occhi celesti e guizzanti.
– Sa perché non ho conosciuto mio fratello?
Sto zitto e immobile mentre lei mi fissa tentennando la testa per me.
– L’hanno cremato nel 1943 – i suoi occhi si fanno piccoli – A quelli come me non si può parlare di cremazione, ha capito cosa intendo, vero?
La osservo allontanarsi a piccoli passi.
Mi cade un guanto.
Ho capito.
.

N.M.

Il piccolo coperchio bianco è sbucato all’improvviso.
Il collega ha pettinato la terra centimetro dopo centimetro, dalla ruspa ha visto sfogliarsi la vernice e si è fermato. – Te la senti? – Mi fa.
Non lo guardo neppure: come faccio a dirgli di no?
Entro nella fossa, sistemo la tuta bianca e m’inginocchio.
Scavo con la mestola come quando da bambino giocavo sulla spiaggia.
Quando la terra è smossa la separo dal piccolo coperchio con i guanti.
M’immagino una storia impossibile per occupare i pensieri: a una vita mai vissuta devo almeno un sogno.

N.M. è nato una mattina presto che il sole stava sorgendo appena.
C’era tutta la famiglia.
Iniziò a camminare presto. All’asilo era tranquillo, ogni tanto bisticciava con un bimbo per difendere una compagna.
A calcio non era bravo, così fece rugby. Riuscì a giocare come professionista per alcuni anni, poi si sposò e cominciò a lavorare nell’azienda del padre.
Ebbe due figli, invecchiò con sua moglie e riuscì a godersi i nipoti.

Invece la sua storia è tutta sotto di me.
Ci metto un sacco di tempo, o così mi pare, prima di aprire.
C’è silenzio intorno. Ci sono cinque persone, ma stanno tutte trattenendo il fiato.
Apro.
Prendo la scatolina di zinco e ripongo le cose che trovo lì dentro.
Sono due.
L’elefantino colorato lo metto per secondo.
Guardo la madre, mi fa sì col capo.
Mi alzo.
Esco dalla fossa.
I genitori vogliono vedere.
Un mio collega cerca di fargli cambiare idea ma loro aspettano questo momento da ventiquattro anni: – Siamo pronti – dice lui.
Gli porgo la cassettina.
Io fisso l’elefantino colorato che gli ha tenuto compagnia per tutto questo tempo.
Loro no.
Alzo gli occhi e incontro quelli di lui.
Adesso non possiamo più abbassare lo sguardo, stupidi maschi orgogliosi.
È lei a rompere il ghiaccio: – Posso portare io la scatola fino all’ossario?
Guardo il mio collega anziano, ci mette tre secondi a decidere.
Va a prendere un paio di guanti nuovi, quelli grandi.
– Si metta questi – Le dice.
Ci incolonniamo dietro la sua dignità.
Quando arriviamo ci affida la scatolina. Prendo il pennarello nero.
Cerco di mantenere una buona calligrafia.
Sul tappo scrivo il nome, il cognome e una sola data, insieme alla sigla N.M.
Non sono le sue iniziali,
È l’aria frizzante di quella mattina che non ha potuto respirare, della storia che non ha potuto vivere.
N.M. è una sigla che non si scrive mai per intero.
Neanche adesso.

 

Il morto.

Tempo fa ho scritto uno stornello in rima e non avevo mai pensato di inserirlo in questo blog. L’ultima strofa è un omaggio al grande narratore di storie Tiziano Sclavi.

Il Morto

Il morto stecchito

Il morto schiacciato

Il morto sparito

Il morto trovato.

Il morto che incanta

Il morto al salterio

Il morto per finta

Il morto sul serio.

E l’uomo che veste il morto: “m’inventro…”

Lo muove e lo sposta con mille cure

Guarda un involucro “…e chi c’era dentro…”

Si chiede “…dov’è che è andato a finire?”.

Il morto per caso

Il morto ammazzato

Il morto appeso

Il decapitato.

Il morto da poco

Il morto che tarda

Il morto per gioco

Il morto che parla.

Per chi all’obitorio il morto giace,

Ci son meccanismi da sempre in uso

Riceve fiori, cordoglio, una prece,

Finché giunta l’ora non viene chiuso.

Il morto normale

Il morto che … insomma

È rimasto uguale

Sembra che dorma.

Il morto da tempo

Quello di giornata

Il morto “è uno scempio!”

Il morto a chiamata.

E le Parche giudici mai considerate

Tendon sul tuo capo la lama di rasoio

E svolgi le matasse con giornate avolterate

Finché Atropo ti taglia dal suo filatoio.

Il morto per sbaglio

Il morto per scelta

Il morto a serraglio

Il morto alla svelta.

Il morto nel sonno

Il morto cremato

Il morto in autunno

Quello bendato.

E a guardar tutti seduta e arcigna

La morte che gufa, la morte che ghigna.

Il sorriso.

Stiamo aspettando nel corridoio dell’obitorio l’ora per iniziare la chiusura.
Fisso i lastroni quadrati del pavimento; ascolto i rumori e le voci che animano le stanze.
Ad un tratto escono una bimba e un uomo, camminano a fianco, lei lo avvolge con le braccia e lo guarda come solo i bimbi sanno guardare i grandi, cercando un pezzo di futuro.
– Però è bello vedere il nonno che sorride… – si volta e guarda avanti a sé i maledetti lastroni – … anche se è morto.
Si volta tutta rossa e affonda il viso nel giubbotto dell’uomo.
Adesso i miei lastroni si muovono.

Una figura bianca.

Ieri, dopo quattro giorni di lavori, abbiamo finito di esumare un settore di posti a terra.
Sai che prima di andartene dovrai pulire a fondo, per non lasciare il cimitero come una trincea.
Chi resta scopa i vialetti, rastrella la ghiaia e chiude il cancello.
Non mi ha mai spaventato restare da solo nel camposanto, nemmeno dopo il tramonto.
Sto finendo di rastrellare quando dietro di me vedo scorrere veloce una figura bianca.
Ma sono solo…
Mica mi preoccupo, sarà stata un’impressione, oppure ho qualcosa nell’occhio: è volata polvere tutto il giorno.
Continuo a spostare sassolini.
Dal campanile vicino i battenti mi avvisano che sono le sei.
Dietro di me sfila di nuovo la figura bianca.
Mi volto e non c’è niente.
Mi guardo intorno, perché secondo me deve esserci qualcosa che il vento sta spostando qua e là.
Nulla. Nulla che sia bianco e che possa essere spostato con una ventata.
Mentre cerco di finire mi faccio più guardingo e tengo lo sguardo spinto all’indietro.
Ad un tratto ricompare!
Mi volto e sembra seguirmi…
E insomma, era il cappuccio della tuta.

L’ultimo ballo.

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Maria si affaccia alla finestra.

Lo fa ogni volta che passa di lì: scosta la tenda e sbircia per strada.

Sul muro di fronte ci sono i buchi dei proiettili dell’altro ieri, mentre il sangue è stato lavato oggi dal marciapiede.

Ogni volta si ferma, appena, e guarda fuori.

Nella piazza polverosa sono abbandonati giocattoli silenziosi: tappi, rocchetti e fucili di legno. Di bambini per strada durante la guerra non c’è segno; o sono al fronte o stanno nascosti.

Sopra le case Maria vede il cielo: è blu e rosso, striato di viola; come quella volta alla fiera di paese, quando lui le chiese di ballare; sua madre si accigliò e lei, senza nemmeno rispondergli, tornò a sedersi fissando per terra tutto il tempo.

Il suo mondo è fatto di attese: per la pace che arriva, sembra, da sud; per il papà lontano che ricorda appena e per qualcuno che non si può sapere, perché alla sua età non sta bene.

A volte lascia appesa la tenda alla maniglia, così se ha fretta lancia un’occhiata; gliene basta metà, anche solo per vedere una bici che passa.

Tra la camera e la cucina scosta la tenda di quella finestra per sbirciare, di nuovo, prima che sia sera. Un asino porta due giare, mentre un cane abbaia girandogli intorno e il contadino saluta qualcuno che lei non vede.

Prima di andare a dormire sposta la tenda bianca per l’ultima volta, stasera. Appoggia la fronte sul vetro ghiaccio e tentennando piano la testa guarda le stelle, esprimendo un desiderio. Sospira, la condensa le vela il panorama; con l’indice disegna un’iniziale, ma la cancella subito prima che qualcuno la veda.

Un suono improvviso le strappa le orecchie. Un uomo grida più forte della sirena. Poi un sibilo, si sente appena. Due comari nella piazza guardano per aria e indicano.

Maria alza la testa e la vede e la sente, un attimo prima che una scheggia la raggiunga.

Oggi Maria ha lasciato il loculo dove ha riposato per oltre settant’anni, per entrare in una scatola di zinco.

Mi sembra di vederla, ad ascoltare vecchie canzoni e far finta di danzare col suo amore.

Le prendo la mano guantata di pizzo bianco, la sollevo per l’ulna e il radio e mi regalo l’illusione di accompagnarla nel suo ultimo ballo.

San Valentino.

Red rose isolated  on the white background

Oggi è una bella giornata per essere febbraio.
Il quattordici febbraio.

La porta del cimitero è un cancello mezzo arrugginito che si può aprire semplicemente abbassando la maniglia, come quello di casa. Spalanco l’unica anta e la fermo con una pietra.
Questo piccolo camposanto è sempre nel mio cuore.
C’è una tomba molto particolare, ne ho parlato tempo fa, sul blog, e prima di aggiungere qualcosa di nuovo, ripropongo qui sotto.
Tra i marmi colorati, le scritte metalliche dei nomi, i fiori e le immagini sorridenti, risalta una croce di legno sbiadita, infilata in un cumulo di terra spoglia.
Non è soltanto per la sua semplicità che si fa notare, che talvolta è una necessità o una scelta.
È per il suo abbandono.
Ogni volta che capito lì, su quella tomba c’è solo un fiore.
Sempre un fiore.
Alcune signore, assidue frequentatrici, pensano a togliere le erbacce e mi hanno raccontato quel poco che sanno.
Il nome inciso sulla targhetta di alluminio dorato, fissata alla croce, non lo ricorda nessuno. Si dice fosse una donna sola al mondo che era nata in quel paese ma aveva trascorso la vita lontano. Quando fu sepolta l’accompagnava un uomo, un avvocato: il suo tutore.
Non un parente.
Sulla tomba rimase per alcune settimane un mazzo di fiori; le stesse signore lo gettarono perché era ormai rinsecchito.
Qualche giorno dopo sul cumulo di terra spiccava il bianco e verde di una calla. Semplice, recisa e posata lì. Sembra che ogni settimana quella calla venga sostituita da una fresca.
Nessuna delle signore, nessuno di noi ha mai visto anima viva fermarsi a quella tomba. Ma quel fiore viene rinnovato puntualmente da allora, come una promessa.
Nella mia testa prende forma una storia che ha il sapore di altre storie che ho sentito o letto.
Mi immagino una vita di stenti, forse di violenza, forse di costrizione in uno di quei manicomi in cui si finiva anche solo per soffrire di convulsioni. Vesto quella donna col volto di Alda Merini.
La immagino indistruttibile davanti alle avversità, ancorata alla realtà grazie ai sogni.
Immagino una foto in bianco e nero, un primo piano o una figura distesa, appena svestita, irriverente per i suoi tempi. Immagino una sigaretta accesa, fumata solo a metà.
Immagino un amore vissuto al limite, fuori dal tempo, osteggiato da una società meschina. Immagino appuntamenti tra le foglie cadute in un bosco, baci irresistibili, sospiri e paura.
Immagino momenti di solitudine, colmabili solo con ricordi e speranze, immagino abbandoni e prevaricazioni, sottomissioni e indifferenza.
E poi immagino un addio, perché una storia così può solo finire con un addio.
E immagino qualcuno, che ha amato come non si può immaginare, di un amore proibito e folle, che deve rimanere segreto e sconosciuto per sempre; lo immagino cogliere quel fiore che sicuramente lei amava, che di certo questo amore coltiva con le sue mani e lo immagino venire di buio, oppure la mattina presto, quando è certo che non ci sarà nessuno a vederlo.
È una storia a lieto fine, perché ogni volta che il fiore viene cambiato viene rinnovata una promessa, un ricordo e quella tomba diventa per me un monumento alla vita, alla libertà, all’amore.
Nonostante tutto.
Io, lo confesso, stamani sono venuto qua allungando il giro dei cestini, perché volevo vedere quella tomba, perché mi sento complice di questo amore misterioso, quasi il suo custode.
Dentro è deserto ma non entro neppure.
Apro i tre bidoni che stanno all’ingresso, tolgo i sacchi pieni e metto quelli nuovi senza guardare quello che sto facendo, ma fissando altrove, fissando quel cumulo di terra che rabberciamo da anni, ogni volta che piove forte, e mentre lo guardo non riesco a smettere di sorridere.
Sul cumulo c’è una rosa rossa.

Piove.

 

pioggia

Piove.
Piove da giorni.
Il campo del cimitero è inzuppato che sembra una palude. Non importa quanto si provi a pareggiare la terra con la ruspa; quella sembra che si muova, che sia viva, come se crescesse nutrendosi del nostro passato.
E anche oggi che è un tempo da cani, la terra aspetta il nostro tributo.
Stamani c’è un funerale e dobbiamo preparare la buca.
Abbiamo letto il manifesto: il defunto è molto anziano.
So che è assurdo, e anche ingiusto, ma saperlo lenisce la frustrazione che si prova quando arriva la morte.

Il mio collega comincia a scavare, la ruspa affonda venti centimetri nel motriglio, ma lui continua. Cerco di creare con la pala un piccolo canale per far scorrere via l’acqua che si è accumulata intorno ai cingoli.
La benna entra piano, se le pareti franano sarà un problema proseguire.

Ci vuole più di un’ora.
Poggiamo dei tavoloni sul fango per arrivare dal viale fino alla fossa; lavoreremo meglio e le persone potranno avvicinarsi alla tomba.
Se ricomincia a piovere rischiamo di rimandare il seppellimento: c’è il pericolo che la terra smotti.
Il tempo di pulire gli stivali impantanati e sentiamo la voce del sacerdote distorta dal microfono.
Ricomincia a piovere. Tiriamo su il cappuccio.
Sono venuti a piedi nonostante il tempaccio. Gli ombrelli aperti sopra il corteo sembrano un prato fiorito. Ho scoperto che non guardo mai le prime file di persone dietro all’auto funebre, è lì che si condensa il dolore.
A volte però, sono le prime file che ti vengono a cercare.
Il figlio si avvicina, mi mette una mano sulla spalla, sento una pressione lieve e insicura. Cerca di parlare senza farsi interrompere dall’emozione.
– Ce la fate a metterlo a posto, vero?
– Il tempo ha retto finora, e anche la terra. – Dico – Sì, ce la facciamo.
Mi preme la spalla: vuol dire grazie.
Ci avviciniamo alla fossa, mettiamo il feretro sulla passerella di legno. Prima che ci disponiamo ai quattro capi delle funi guardo dentro.
È piena d’acqua.
La pioggia si fa fitta.
Una signora, la figlia, comincia a disperarsi: come si fa a mettere suo padre in quella piscina.
Se lo chiede, lo chiede a chi gli sta vicino, e poi ci guarda e si aspetta che gli rispondiamo.
Come si fa adesso?
Potremmo metterlo nella cappellina del cimitero e aspettare domani ma…
Sono questi i momenti che danno un senso alla sveglia la mattina.
Al figlio scappa un singhiozzo, non mi sfugge.
Guardo il mio collega, la folla ci osserva.
E se fosse parente nostro?
A questo pensiamo.
È LA domanda.
Scambiamo due parole.
Lui risale sulla ruspa, io prendo due sacchi neri, li accartoccio.
Mi avvicino alla benna e tappo i due fori che stanno ai lati.
Lui accende, cala il braccio meccanico e comincia a svuotare la fossa.
Ci vuole del tempo, l’escavatore si muove a scatti e parte del liquido ricade dentro; una fetta di parete ricade dentro e schizzi di mota si appiccicano ai nostri vestiti, qualcuno sul viso.
ma alla fine la buca è vuota.
Ci sbrighiamo a calare la cassa.
Proviamo a spalare a mano quel tanto che serve a coprire il legno ma la terra sembra liquida.
Allora il mio collega riaccende la ruspa e comincia a chiudere.
I familiari ringraziano, sono sollevati, adesso la tensione si stempera.
Parlano tra di loro, di quanto fosse orribile mettere la cassa dentro mezzo metro d’acqua motosa.

L’acqua continuerà a filtrare una volta chiusa la buca, anche se non la vedranno.

Facciamo il cumulo e mettiamo sopra la croce e i fiori.
I familiari ci ringraziano, lo fanno i figli, la moglie e i nipoti.
– Grazie! – Ci dicono. – Grazie!
Sono quelle cinque lettere a darci un senso, anche oggi.

L’urlo silenzioso.

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L’anziana signora riposa nel feretro. Ha pelle di bambola e un trucco leggero che le dà un’espressione serena; come si dice in questi casi, sembra che dorma.

Indossa un tailleur nero e un foulard rosa.

Una mano carezza i capelli pettinati, una bocca singhiozza, alcune braccia si intrecciano cercando conforto.

Un mazzo di fiori si posa sul velo trasparente che copre le gambe spostandolo appena.

Non riesco a mettere a fuoco tutto insieme, e ricordare quel momento è un mosaico di dettagli distanti tra loro.

L’immobilità della morte stride con la vita come un’unghia passata sulla pietra.

Quella scena è surreale ma ormai mi è familiare.

Noi quattro stiamo composti ed eleganti, in disparte, in attesa di entrare in scena.

In quel momento ci faranno spazio affidandoci la loro cara.

Prima che ciò accada entra il marito.

È molto anziano ma come potevano impedirgli di dare l’ultimo saluto alla sua amata?

Siede su una carrozzina spinta da qualcuno.

Lui è immobile, ad eccezione di un braccio e del volto.

Li guardo.

Penso a quanta storia hanno visto insieme, a quanto ne hanno scritta con la punta fine con cui la scrivono le persone comuni, penso che forse sono stati lontani durante la guerra, forse si sono creduti morti finché gli occhi di uno non hanno visto l’altra; quegli stessi occhi increduli che si guardavano alla nascita dei figli.

L’anziano appoggia la mano buona sulla sponda del feretro, trema, lo afferra come se volesse frantumarlo. Si tira avanti, tanto che l’uomo dietro di lui lo sorregge per le spalle. Il marito nemmeno si volta per quella presa, continua nella sua disperazione.

Dalla sua posizione riesce a vedere appena il volto della donna.

La mano si serra, col pugno sbatte sul bordo di legno, alza gli occhi al cielo. Le lacrime escono a gocce dense, nette, divise l’una dall’altra, cadono sullo zigomo sporgente e poi si disperdono tra le rughe delle guance.

Apre la bocca come se volesse urlare ma lui non ha voce e quell’urlo rimane spento, silenzioso e la sua mano sbatte sul bordo ancora più forte, come se quel rumore potesse sostituire l’altro.

Una mano lo carezza sul volto e lui cambia espressione, come se fosse tornato adesso nella stanza dopo aver fatto un viaggio lungo una vita.

Mi passa vicino, mi guarda e con la mano buona prende la mia, la stringe appena e mi fissa finché può.

Adesso sì, ce l’ha affidata.