Favole e riflessi.

Oggi fa caldo, sto qui a spazzare le foglie dai vialetti del cimitero. Stiro la schiena e mi guardo intorno; i visitatori abituali se ne sono già andati. Il sole si è abbassato e accenta la collina davanti, tra poco stacco.

 

Mentre cammino nella parte nuova, vedo qualcuno seduto tra le tombe, quasi mi spavento.

Mi avvicino, è un ragazzo.

È appoggiato al casco della moto, seduto su un piano di marmo rosa del Portogallo. Tiene in mano la foto di una donna riccia; anche la cornice è di marmo, dev’essere pesante. Con le dita segue le venature scure della roccia levigata.

Indossa delle cuffie da cui sbuffa una melodia incerta, quando mi vede fa un balzo all’indietro.

– Ohh… M’ha fatto paura!

La passata delle cuffie gli cade sul collo.

– Allora siamo pari – sorrido – Tutto a posto?

– Sì – lo dice sospirando – Perché?

– Ti ho visto qui seduto, a quest’ora; di solito non c’è nessuno.

– Vengo la domenica con papà – muove la testa a indicarmi la foto – È mamma.

Restiamo alcuni secondi in silenzio, poi fa spallucce e conclude – Era.

– Le somigli.

Mi guarda e stira un sorriso, poi si fa serio in un modo adulto.

– Mi ha detto papà che domani la togliete.

Mi sposto per sbirciare l’anno di morte.

– Mmm… Mi sa di sì.

Abbassa la testa.

– Non vuole che io assista.

Lo guardo zitto.

– Cavolo! – il ragazzo mette a posto la foto e comincia a sbracciarsi – Secondo lei: può farmi impressione vedere i resti di mia madre? – si batte le mani sul petto – A me, che leggo Dylan Dog e divoro film e romanzi dell’orrore!

Adesso dalle cuffie esce un suono vibrato di violino.

– Anch’io leggo Dylan Dog – Dico.

Mi fissa.

– Ma se glielo chiede lei a mio padre?

– Cosa?

– Se posso assistere. Lo faccio venire qui con una scusa e…

– Ascolta – accompagno la mia tesi gesticolando – Ho due figlie: se un estraneo mi venisse a dire cosa devo fare con loro, dopo essere stato preso in giro, cosa credi che risponderei?

Ci pensa un po’.

– È vero. Però è strano, con lui parlo di tutto, abbiamo un bel rapporto: non capisco perché su questa cosa non… – con lo sguardo afflitto fissa per terra – Io la voglio rivedere.

– Ti ha detto perché non vuole?

– No.

– Gliel’hai chiesto?

– No.

– Lui ci sarà domani?

Fa sì col capo.

– Scommetto che provate la stessa emozione, e rabbia; forse vuole solo proteggerti.

– Non ci avevo pensato… Io ci devo essere porco cane! – Con un pugno colpisce il casco che rotola in mezzo al vialetto – Quando ho un compito in classe, o un problema, vengo qui la mattina presto e le chiedo di… – gli occhi adesso scintillano di gocce che si gonfiano senza cadere –  Lei crede che i morti ci proteggano?

Cerco la risposta fissando nel vuoto del casco capovolto, vorrei dirgli che quella protezione ce la diamo da soli, quando crediamo in qualcosa con forza, ma non sono un filosofo, sono solo un becchino.

– Mi piacerebbe – dico.

Resta un po’ in silenzio a giocare col filo delle cuffie, poi mi si rivolge sorridendo.

– Le faccio ascoltare una cosa – smanetta col cellulare – La registrazione non è un granché, viene da una vecchia videocamere a cassette.

Parte un lieve fruscio, in sottofondo si sente appena un borbottare di bambino, poi una voce calda e gentile di donna. 

Racconta una favola, la racconta impostando la voce con versi buffi. Racconta di una principessa scalza che correva per il mondo, che si bucava i piedi se camminava piano e perciò correva, correva senza cura; racconta che non si poteva innamorare di nessuno dei principi con le scarpe. Racconta che un giorno incontrò un principe scalzo, come lei, che come lei correva, e cominciarono a farlo insieme, pazzi per il mondo…

Alla fine della favola la mano che tiene il cellulare rovina sulle gambe, come se non riuscisse a sostenere un peso troppo grande e improvviso.

Adesso le gocce nei suoi occhi pesano più del pudore. Si volta fissando altrove, si asciuga, mi guarda di nuovo.

– Va bene, ci parlerò, da uomo a uomo!

Gli faccio un teatrale sì con la testa e simulo un applauso.

Si alza in piedi.

– Grazie!

Raccoglie il casco con un balzo, se lo mette in testa mentre corre. Poi si ferma all’improvviso in mezzo al vialetto, strusciando i piedi: mi fa due buche così nei sassetti.

Si volta tenendosi per le cinghie dell’elmetto colorato.

– Me la toglie lei mamma, vero?

Un brivido forte mi sale dalla schiena.

– … Sì – gli sorrido.

E corre via.

Domani è il mio giorno libero.

– Era – penso mentre rastrello il vialetto.

 

Domani è arrivato così presto…

Il tempo è come la bolla dentro una livella. Ci sono momenti in cui la mia vita sembra muoversi per conto suo rispetto al resto del mondo.

Scendo dal letto tastando coi piedi per terra finché non trovo le ciabatte. Mia moglie dorme, lascio spenta la luce per non svegliarla; guardo nel buio, cerco di indovinare i suoi confini, le tocco piano una mano perché ho paura che non sia vera, che mi possa mancare la materia del suo corpo vivo.

In bagno mi muovo al rallentatore. 

Eccomi.

Lo specchio non mi riflette completamente. L’immagine, certo, è quella, ma ciò che parte da dentro s’infrange sulla corteccia; il vetro non la racconta.

Questa cosa fredda e silenziosa che mi fissa scompare dietro al vapore dell’acqua calda; m’insapono e comincio a radermi; non importa che guardi, sono trent’anni che lo faccio. 

Penso che sto usando un rasoio a quattro lame perché con una sola di solito mi taglio e penso che sia strano, come sono strane molte delle cose a cui sono abituato.

Penso a quello che dovrò fare oggi, penso che dopo tanti anni da necroforo ho visto più gente morta che viva, che dovrei essere abituato a tutto, e invece niente. 

Penso che l’acqua fredda mi svegli più del caffè.

Penso ad altre idiozie, così smetto di chiedermi se quel ragazzo oggi ci sarà.

 

Il collega che guida il camion aspetta che noi altri due si scarichi la ruspa. Lo salutiamo, gli dico che lo chiamerò quando avremo finito, per farci venire a prendere.

È una splendida giornata, tira un filo di vento piacevole che spazza la collina dove ci troviamo. La città è ancora zitta e si vede appena, mescolata tra le piante che frusciano come bisbigli. 

Le esumazioni della mattina passano veloci, i volti dei familiari si succedono uno dopo l’altro, ognuno una storia. Quando suona mezzogiorno il mio collega sta spianando la terra smossa; io finisco di murare gli ossarietti di zinco al loro posto.

Pausa pranzo la trascorriamo seduti fuori dal cimitero, sul culmine della collina, appoggiati al tronco di un grosso leccio. Muovo la testa giocando con la corteccia rugosa. 

Il vento è cambiato, arrivano odori nuovi, odore di caffè; dice che quando si sente il caffè poi pioverà.

È l’ora di ricominciare.

Ci alziamo già stanchi, le ossa delle ginocchia schioccano. Svolgo i miei lavori senza smettere di pensare che l’ultimo di essi avrei voluto che fosse il primo, perché mi sarei ormai già tolto il pensiero di quanto sarà pesante violare quella tomba rosa.

Oltre il muro sento avvicinarsi un’auto. 

Sono due gli sportelli che si chiudono; rimango incerto finché non lo vedo. Il ragazzo di ieri entra sorridente, suo padre è più alto di lui di parecchio, gli tiene un braccio sulle spalle, sorride gentile sotto due baffi curati. 

Il ragazzo mi fissa, muove le sopracciglia come una vittoria.

Stringo la mano all’uomo, mi rivolgo al ragazzo, la stringo anche a lui: 

– Giovanotto… 

 

Il sole proietta la mia ombra nitida sul marmo che sto per rompere. Sollevo la mazza di ferro. Mi chiedo se anche questa sagoma nera sia una semplice proiezione o anche quella un riflesso. Forse appartiene alla creatura che mi fissa tutte le mattine allo specchio, forse è la parte di lei che temo.

Allora rompere questa tomba con questa cosa sopra mi fa meno rabbia.

Dietro di me ci sono due altre ombre: una più grande e una più piccola.

Le vedo muoversi sulla mia, confondersi, come se il sole si divertisse, le allungasse apposta per ricordarmi che non sono solo, che il dolore nelle ombre non si vede.

Allora parte il primo colpo, il secondo e il terzo e il marmo si sgretola, anche lui che sembrava così forte.

Il collega accende l’escavatore che si impenna come un cavallo, mentre ferisce la terra, ma poi riesce a domarlo e diventa docile quando carezza piano coi denti il coperchio del vecchio feretro. 

È ancora integro. 

Respiro sollevato, perché vuol dire che la cassa non sarà piena di terra, che forse l’umidità avrà consumato questa povera, giovane donna, che a questo ragazzo sarà risparmiato un brutto spettacolo, di cui mi sarei sentito in colpa.

Scendo.

Con la pala pulisco la superficie ancora levigata del legno. 

Faccio leva e il tappo si apre con un tonfo sordo. Lo alzo piano, è pesante.

Tengo il fiato sospeso sperando che la salma sia consumata. 

Il mio sguardo entra dentro, infrange la sacralità del sepolcro, incontra due orbite vuote. Le riempio con gli occhi verdi della donna riccia nella foto.

Più in basso si distende un vestito viola fatto di gale e merletti. Un velo di raso copre la testa.

Deglutisco. 

Guardo il ragazzo, mi sta fissando. 

M’invento un sorriso mentre gli alzo il pollice, lui guarda suo padre, suo padre fissa il ricordo di sua moglie.

– È il suo vestito da sposa – gli dice – Era bellissima.

Adesso il giovane annega nell’abbraccio di lui.

Indosso guanti così spessi che non sentirei una martellata, eppure quando setaccio tra questi vestiti mi sembra di stringere spine.

Compongo le ossa nella cassetta di zinco come fosse un mosaico. Il ragazzo adesso si fa forte, è accigliato, ha occhi rossi e gonfi. Quando chiudo la scatola sento un forte sollievo; mentre muro l’ossario loro parlano con voce distesa.

Ci salutiamo, la mano del ragazzo stringe forte, ha un sorriso complice.

Li vedo andarsene, di spalle, sul vialetto di sassetti grigi. 

Ripenso a quella favola, a quella voce dietro il fruscio, a come va a finire quel racconto dell’amore tra due folli coi piedi scalzi, che smisero di correre solo quando incontrarono la sabbia. Allora cominciarono a camminare piano, perché la sabbia era morbida e fresca. E assaporarono il mondo. Così le orme aumentarono; in mezzo comparvero quelle di due piedi piccolini.

Fisso quei passi muoversi piano sui sassi. Posso solo immaginare quanto pesi l’assenza di quelle orme scalze accanto alle loro.

Vibra il cellulare. 

È il nostro collega, dice che il camion non parte, che è lontano, che lo andranno a prendere, e solo allora lui verrà da noi. Ma ci vorrà tempo.

 

Si fa buio. 

Aspettiamo sulla cima della collina sopra al cimitero. 

Il mio collega è disteso sull’erba e fuma un sigaro alla vaniglia, io sono seduto. 

Le fronde nascondono le luci della città e il cielo è un teatro punteggiato. 

Una volta ho sentito dire che tutte quelle stelle appuntate sono i desideri realizzati; allora penso che da questa sera ce ne sarà una in più. 

Il mio sguardo finisce dentro al cimitero sotto di noi, incontrando un altro firmamento nella distesa di lampadine.

Forse sono i desideri mai avverati, che restano attaccati al proprio sognatore, per sempre. 

Alzo la testa, la riabbasso, l’alzo ancora. 

Annego in un’angoscia sottile quando penso che il sopra e il sotto sembrano specchiarsi.

Ma tra i due, mi chiedo quale sia davvero l’immagine e quale il riflesso.

 

Un suono e un bacio.

Sono due minuti che ho aperto il cancello del cimitero vecchio.

Do l’ultimo morso a un dolcetto che mia moglie aveva nascosto insieme ai panni. Mi passo una mano sulla bocca, se ci fosse qualche briciolo e tengo gli occhi chiusi un istante di più, come per assaporare questo giorno, che penso sarà buono; domani sono di festa.

Poi avverto un suono. È continuo, e piccolo.

L’ultimo passo che faccio prima di essere fermo, mi fa sbucare nella parte nuova, che ha il cancello che apre da solo. 

C’è un signore, anziano, appoggiato al marmo di un loculo in seconda fila.

Non mi ha visto e non ha sentito arrivare questi scarponi silenziosi.

Allora torno celato, dietro al muro.

Il suono continua. È lui.

Intona una melodia che non riconosco.

Non me la sento di interromperlo passando di là; allora aspetto di non essere di troppo e mi trovo a rubare questo momento.

Spunto fuori appena, che lo possa vedere, appena, che lui non mi veda.

È posato alla lastra lucida come fosse perso in un abbraccio; le labbra appoggiate come in un bacio.

E suona.

Perché non canta, né fischia; emette questo suono melodioso, quasi nasale.

Quando il suono finisce lui si sposta, carezza la foto e se ne va.

Allora esco, vado verso la stanza degli attrezzi e non posso fare a meno, passando là davanti, di sbirciare quel marmo.

Oggi sarebbe stato il compleanno della donna che lì dentro riposa.

 

C’erano una volta 4 becchini…

C’erano una volta quattro becchini.

Una mattina si ritrovarono davanti al cancello del cimitero ebraico, per preparare un funerale.

Era molto presto, il sole non si vedeva ancora e la nebbia notturna avvolgeva umida ogni cosa.

Li accolse il canto dei merli, sui grandi alberi del parco interno.

Primo arrivò il Nonno, che era il più anziano; secondo giunse il Braccio, che aveva tanta forza da sollevare una tomba da solo; terzo fu Goccia, che aveva la lacrima facile e non finiva un funerale che non ne avesse versata qualcuna.

Infine arrivò lo Zitto.

Il cancello grosso e pesante sembrò aprirsi da solo, dopo uno sferragliare fastidioso.

Entrare dentro quelle mura piegava le spalle. La conoscenza a volte è pesante da sostenere.

Il guardiano, un omino piccolo e gentile, fece capolino e salutò.

Dopo aver loro offerto un caffè, nella sua casetta  dentro al cimitero, porse ai becchini una cesta di vimini piccola che conteneva quattro Kippot blu, fatte a uncinetto.

Non si poteva stare là dentro senza un copricapo.

Così uno a uno le presero e le indossarono.

Prima di usare le pale, i becchini le guardarono: quel giorno avrebbero dovuto scavare a mano la fossa, perché nessuna ruspa sarebbe passata dai viali stretti.

Il Nonno prese la pala più vecchia e consumata; il Braccio prese quella col manico scheggiato, che tanto aveva calli così duri da piallare persino le schegge; Goccia prese quella col manico nuovo; infine lo Zitto prese quella col manico corto, che tanto, mica era alto.

In quel luogo il posto dove riposare si sceglieva in vita.

Uno arrivava nel campo e indicava.

– Lì – diceva, e lì andava, anche se c’era solo terra, o anche se era in mezzo ad altre tombe già costruite. E una volta arrivata la sua ora, lì avrebbe riposato per sempre.

Quando giunsero dove dovevano scavare, trovarono un gazebo.

Tutti e quattro i becchini si voltarono a fissare il guardiano, che da sotto un ombrello grande e nero, disse che la sera prima, un familiare, lo aveva fatto portare proprio per loro, per non farli inzuppare se avesse piovuto.

E infatti piovve.

A turno cominciarono a scavare di buona lena e in meno di due ore la buca era bella che fatta; così i becchini si misero ad aspettare il funerale.

Quando il carro giunse nel cimitero, aiutarono a mettere la cassa sul carretto di ferro. A coprire il feretro c’era un tessuto bianco, con una stella blu disegnata al centro.

– Che bella coperta – Esclamò il Braccio.

Il Nonno gli tirò una zuppa sul collo e disse: – Non è mica una coperta quella, asino! È una bandiera!

Quando il corteo arrivò in prossimità della fossa, i quattro becchini posarono piano la bara per terra, passarono le corde dalle maniglie e la calarono dentro, ancora più piano e pari pari, come voleva il Nonno.

Poi, mentre tutti si paravano con gli ombrelli neri, i becchini presero ognuno la propria pala e cominciarono a coprire.

A un certo punto, a metà del lavoro, appena la terra aveva coperto l’ultimo spigolo della cassa, il rabbino fece un gesto con la mano e il Nonno, rivolto agli altri tre, disse – Fermi!

Allora I becchini si spostarono da una parte, sempre sotto al gazebo e i presenti cominciarono a pregare nella loro lingua. Poi il rabbino disse a tutti di voltarsi, e tutti si voltarono nella direzione dove era la Terra Promessa, e continuarono a pregare.

Dopo aver pregato si voltarono tutti verso un’altra direzione e rimasero in silenzio.

E guardarono a lungo.

Guardavano così forte che gli sguardi pesavano. e i becchini si accorsero che quegli sguardi non erano normali ma vedevano oltre quello che c’era, vedevano quello che c’era stato, come se fosse adesso.

E siccome i quattro becchini, scemi scemi, sapevano bene quali erano quei ricordi, e sapevano cosa era successo dove tutti guardavano, si emozionarono.

Non c’era solo Goccia che versava la solita lacrima, anche il Nonno cominciò a lasciarle andare, lo Zitto pure; e anche Braccio, che di certo non aveva mai pianto in vita sua, quel giorno lo fece.

A un tratto ci fu un silenzio così pieno che superò tutto il silenzio che lo Zitto aveva fatto in vita sua.

Goccia, che, figuriamoci, non c’entrava nulla, si sentì in colpa per quei ricordi che a volte vengono dimenticati e allora si spostò di lato, fuori dal gazebo, solo per prendere l’acqua in faccia mentre cadeva.

Gli sembrò, in quel momento, l’unico gesto che potesse fare per riempire il vuoto che sentiva dentro.

Galleggiare.

I familiari restano ancora attorno al feretro, prima che noi ci muoviamo.

Il marito e la figlia sono vicini, che lo guardano.

Lui sorride.

– Papà… tu ridi – Fa lei.

La tira a sé, le dà sui capelli un bacio posato, poi la guarda forte – Mi tornano a mente solo ricordi belli – Le dice.

E io che sto davanti, non riesco a smettere di stupirmi, da dietro uno sguardo velato, di quanto amore la morte lasci galleggiare.

Viaggio per un addio.

Nell’appartamento c’è odore di caffè silenziosi e mani che stringono; per noi è un preludio.
Entriamo salutando discreti i familiari e ci mettiamo in disparte.
Senza volerlo ascoltiamo parole che compongono un mosaico, pezzo dopo pezzo, fino a metterci in testa un disegno approssimativo di questa vita che è passata.
La figlia del defunto non è ancora arrivata.
Ma sta per farlo, manca davvero poco; era in vacanza all’estero.
– Almeno per il funerale – Ha detto – Mi dovete aspettare.
Lo ripete la madre di continuo, a tutti.
E allora il trasporto ha atteso, è stato spostato per il ritardo di un volo.
Il feretro però, quello lo abbiamo dovuto chiudere due giorni fa, non era più possibile rimandare.
Lo schiamazzo dei presenti annuncia l’arrivo della giovane donna, che entra nella casa e si fa largo con educazione tra le persone che la vogliono salutare, abbraccia la madre, le fa una carezza, poi si ferma sulla porta della camera e fissa la cassa sul letto. In questo frammento di tempo sul suo viso scorrono tutte le espressioni che un volto può offrire, passano intorno ai suoi occhi come passano le ombre che si portano dietro le nuvole.
Si toglie le scarpe, l’una con la punta dell’altra.
Si asciuga una lacrima.
Si sposta leggera fino alla prossimità del letto, si concede un attimo ancora, poi tocca il legno liscio con una mano, lo accarezza piano.
Si siede sul letto, avvolge il feretro con un abbraccio che il legno sembra dissolversi.
– Non ce l’ho fatta nemmeno a dirti addio – Gli dice.
E gli sussurra parole, come solo le figlie ai padri i segreti.
Mentre usciamo dalla stanza per lasciarli soli, lancio un ultimo sguardo e penso che sto vedendo l’addio più dolce che si possa dare.

Il mare.

 

Stamani mi sono alzato coi pensieri.

Ho alcune cose da sistemare nella vita privata che mi sembrano aggrovigliate e insormontabili.

Le scaccio come mosche fastidiose, perché anche oggi c’è un sacco da fare al cimitero.

Mentre attraverso il vialetto del campo vecchio, Andrea mi sorride.

Lo fa ogni volta.

Il mento appoggiato sulle mani, incrociate su un tavolo, testa appena inclinata; ha quello sguardo di chi ha, quanti? Diciannove anni, dice la lapide.

Sono occhi un po’ sbruffoni, di chi la sa lunga, di chi ha appena trovato il coraggio di sfidare il mondo e l’incoscienza di farlo davvero.

Io lo so com’è andata a finire, lo sanno tutti quelli che passano di qua.

Ma quei suoi occhi mi guardano lo stesso.

L’angoscia e la rabbia che provo ogni volta che li incrocio aprono un abisso, da dove mi arriva un’eco, un bisbiglio dal passato che parla di occasioni perdute, di rimpianti.

Avverto un brivido alla base del collo.

Mi soffermo quasi senza volerlo.

Nello sfondo azzurro di quella foto indovino il mare.

Sul lato della sua tomba un’erbaccia è cresciuta troppo, mi accuccio e la strappo.

Da così vicino me ne rendo conto solo adesso: non è il mare quello, mi sbagliavo, sembra più un lago, o un fiume.

Quanto è facile confondersi se si osservano distratti i dettagli: sfuggono quelli, sfugge la realtà.

Questo pensiero dirompe e ne porta con sé una catena di altri.

Mi alzo in piedi sempre fissando Andrea.

L’ultima cosa che mi viene in mente è quel detto di come sia facile affogare in un bicchier d’acqua.

Anche quello si può confondere con il mare se si guarda dalla prospettiva sbagliata.

Adesso i miei problemi galleggiano su una superficie ridotta.

Ho il forte desiderio, il bisogno di illudermi che sia stato lui a farmi pensare, che invece di affogarci dentro, io questo bicchiere me lo voglio bere, come fosse un vino antico.

Lo farò alla tua memoria Andrea.

 

Custode.

 

Passano e lasciano fiori, uno sguardo, una preghiera, un bacio.
A volte sono accompagnati perché da soli non ce la fanno, e chiedono una sedia o la tengono qua, incatenata a una colonna del loggiato, insieme al motivo per cui vengono.
Mi vedono, scuotono una mano, salutano sempre, oppure mi fermano per parlare.
Mi raccontano storie che si sono interrotte, lasciando fili sospesi e sfilacciati come corde strappate.
Le persone non sono come quegli eroi delle storie che hanno il tempo di sistemare tutto, per poi morire in pace.
Queste trame rimangono sparpagliate, lasciando segni rossi dentro a chi resta.
Vengono qua dentro, dove sono rinchiuse le memorie di intere famiglie, ma la memoria non sta qua sotto le mie scarpe rinforzate. La memoria è dentro di loro e viaggia coi loro racconti.
Così voglio illudermi che non mi chiamino custode perché io badi a questi marmi, ma perché tenga dentro di me le storie di queste vite.

Assenza di peso.

Dall’ingresso del palazzo si intravede la porta aperta, al pianerottolo del secondo piano.

Le scale sono larghe, le scenderemo bene. Mentre saliamo controlliamo che non ci siano intralci: togliamo un grosso orcio portaombrelli, una pianta, chiudiamo uno scuretto.

Quando entriamo nell’abitazione il primo di noi chiede permesso, gli altri lo seguono in silenzio.

Il figlio ci stringe la mano, ringrazia prima ancora che facciamo qualcosa.

Ci sarà da aspettare un po’ prima di iniziare la chiusura.

Nel frattempo il cervello assorbe immagini che non si fissano, entrano da sole, come informazioni inutili.

C’è quella calma felpata, quella sensazione di accoglienza fragile, nessuno che fa quello che sarebbe normale fare in una casa.

Passano dieci minuti.

Uno scambio di sguardi con un parente dice che possiamo iniziare.

Chiude il mio collega.

Mentre aspetto mi trovo a fissare una poltrona.

Sembra comoda, ha il poggiatesta; sia quello che la seduta sono leggermente incavati, come se sostenessero un peso ma no, non c’è nessuno.

Cominciano ad avere senso alcune delle immagini di questa casa; si raccolgono tutte insieme dentro la mia testa, cadono come Post-it difettosi.

Sul piccolo tavolino di vetro c’è una rivista aperta alla foto di un lupo sulla neve, sotto, due colonne scritte.

Un telecomando sta sul bracciolo della poltrona comoda. La linea della tenda bianca alla finestra, fa una pensa sopra un pacchetto di rosse morbide, è poggiato storto sulla soglia di marmo, dentro si vede l’accendino.

Un paio di pantofole sta composto sotto il termosifone.

Sul tavolo grande, dentro un vassoio di ceramica, due paia di occhiali, uno aperto, l’altro chiuso. Lì vicino un cellulare coi tasti.

Nel piccolo portacenere trasparente c’è un mozzicone che sovrasta gli altri, sembra si sporga per vedere meglio.

Poi osservo lo sguardo del figlio, quasi assente, fissa qualcosa.

Cerco di intuire la traiettoria.

Finisce su quella poltrona.

Quegli incavi.

Non c’è nessuno sopra, ma sembrano sostenere tutto il peso dell’assenza.

Senso di colpa.

Ho quasi finito di lavare gli attrezzi.

Un rivolo d’acqua sporca e calce mi scorre tra i piedi.

Non penso.

In questi momenti non penso a niente. Devo solo finire e poi andare a casa.

Non ricordo tutti i volti che mi sono passati davanti, non ricordo il suono delle voci: mi faranno eco questa sera insieme ai discorsi, a volte tristi a volte fuori luogo, che ho sentito mentre muravo senza ascoltare veramente.

Mi sorprendono dei passi nell’acqua, alle mie spalle.

Faccio finta di niente, che tanto mi sbrigo: sarà qualche signora che vuol riempire l’annaffiatoio.

Prima di chiudere il rubinetto mi volto per cercare conferma.

È una giovane donna. È quella che ieri ha scelto il loculo insieme alla madre.

Tiene in mano una bottiglia di plastica tagliata a metà.

Mi perdo nell’istante troppo lungo in cui ci fissiamo – Che le dico? – Penso.

Poi è lei che mi parla, ci prova con una voce che non esce. Spinge un braccio in avanti, ma le ricade sconfitto sul fianco. Guarda per terra. Le sue labbra vibrano e la bocca si accartoccia in un origami di emozioni incontrollabili, la testa si piega di lato, mi guarda di nuovo.

Io mi sento ridicolo e inutile. Vorrei metterle una mano sulla spalla ma ho i guanti sporchi e bagnati, se anche li togliessi dovrei lavarmi … e poi non sta bene; rigetto la scena e allargo le braccia costernato; cerco di dimostrarle almeno che capisco.

Com’è difficile arrendersi alle emozioni davanti agli estranei.

Comincia a parlare cercando di controllare la voce.

– Mi sento in colpa – E’ un suono che sembra uscire da un’orchestra stonata.

Si porta una mano davanti alla bocca.

– Sa che me lo dicono tutti? – Le faccio fissando l’acqua che scorre.

– Mmm? – Mi fa lei con la stessa orchestra di prima cercando conferma.

Le goccia una lacrima che pulisce via lesta, quasi a nasconderla. La guancia adesso è umida.

Faccio sì con la testa mentre penso ai miei di sensi di colpa; sono tutti quei fili con cui mi annodo per ritrovare sicurezza, nel riavvolgerli piano.

I suoi occhi adesso zampillano di gocce bimbe che si gonfiano sopra le ciglia, pendono un istante e si tuffano sugli zigomi, i dorsi delle sue piccole mani cercano di asciugarle, in realtà si spargono ovunque.

Chissà se le lasciassimo scorrere, certe lacrime, forse porterebbero via un po’ di quel dolore, come quelle perle di rugiada che le foglie lasciano scivolare intere, finché non si perdono giù.

Ma che ne sanno le piante dei sensi di colpa? Del peso che hanno le nostre lacrime?

La guardo negli occhi per emergere dai miei pensieri e cerco di rassicurare entrambi:

– Io non credo che quando ci sentiamo così – Gesticolo col braccio – Sia per una colpa che abbiamo commesso, forse abbiamo solo paura di non essere stati all’altezza.

Mi fissa.

– Insomma – Mi sto incartando – Non siamo persone cattive se…

– … Se frignamo come bambini – Fa lei tra lacrime e sorrisi.

– Ecco! – Allargo le braccia, mi ha tolto dall’imbarazzo di arrivare a una conclusione.

– Venga – Indico la bottiglia di plastica. Gliela riempio e la porgo di nuovo.

– Grazie – Mi dice alzando il contenitore come se le avessi girato una bevuta – Arrivederci.

Gli attrezzi sono puliti, fa quasi buio e devo avere ancora una gomma alla menta forte nel taschino: la vita è perfetta.

Il tocco.

Ho l’umido nelle ossa stamani.
E pioviggina.
I guanti si sono appiccicati alle mani e cammino senza guardare dove, mentre li tolgo.
All’improvviso mi trovo davanti a una sagoma fragile.
È più bassa di me; i capelli bianchi, raccolti in uno scialle nero tirato su come un cappuccio, si vedono appena.
Gli occhi di marrone limpido mi guardano.
Ha le guance arrossate.
E quelle rughe. Le rughe degli anziani mi ricordano il velluto indossato d’inverno o i solchi dei dischi in vinile raccontano storie, cantano canzoni.
Mi saluta per prima.
– Cosa fa sotto l’acqua! – Mi dice agitandomi la mano contro.
– Io ci devo stare, lei piuttosto…
– Ooh! – Fa spallucce – Ne ho presa tanta nella vita…
Restiamo in silenzio alcuni secondi; sto quasi per salutare quando si avvicina come per confessare un segreto – Lo sa – Si guarda intorno – Mi hanno rubato il lumino!
– La lampadina? Se ne vuole una…
Scuote la testa per dirmi che non ci siamo intesi – Il copri lampada, quel coso di vetro che si mette sopra alla luce – Gesticola con entrambe le mani per descriverlo.
– Ah, la fiamma di vetro.
– Ecco, quella! L’avevo ricomprata per i Morti, e ora… – Allarga le braccia – L’avevo pagata anche cara.
– Venga con me.
Passando dal loggiato coperto entriamo nel magazzino. In un angolo, per terra, ci sono alcuni oggetti di vecchie tombe esumate che lunedì dovremo buttare. Ci sono anche due fiamme di vetro. Una è sbeccata, l’altra sembra buona. La prendo, me la rigiro tra le mani e gliela porgo.
– Provi a vedere se si avvita questa, è un po’ vecchia ma…
– Oh, anche se non si avvita ce l’appoggio sopra, grazie!
Mi fissa
– Quanto le devo?
Sorrido perché è in queste piccole cose che si fa l’Italia o si muore.
– Nulla signora, è roba usata che noi buttiamo.
Lei mi guarda tenendo morbido il sorriso poi, a sorpresa, avvicina una mano e mi carezza una guancia.
– Bellino – Mi fa – Grazie!
Il tocco che ha, il calore che tiene nel palmo, quel complimento… mi viene in mente nonna.
Se ne va salutandomi di spalle.
Senza riuscire a smorzare il sorriso fesso che ho sulla bocca la osservo allontanarsi.
Le gambe e le spalle piegate da chissà quale lavoro, la camminata lenta fatta di piccoli scatti, tentennando piano un passo dopo l’altro.
Penso che la vita può piegarci in ogni modo, ma è la dignità che ci fa andare dritti.