Il tocco.

Ho l’umido nelle ossa stamani.
E pioviggina.
I guanti si sono appiccicati alle mani e cammino senza guardare dove, mentre li tolgo.
All’improvviso mi trovo davanti a una sagoma fragile.
È più bassa di me; i capelli bianchi, raccolti in uno scialle nero tirato su come un cappuccio, si vedono appena.
Gli occhi di marrone limpido mi guardano.
Ha le guance arrossate.
E quelle rughe. Le rughe degli anziani mi ricordano il velluto indossato d’inverno o i solchi dei dischi in vinile raccontano storie, cantano canzoni.
Mi saluta per prima.
– Cosa fa sotto l’acqua! – Mi dice agitandomi la mano contro.
– Io ci devo stare, lei piuttosto…
– Ooh! – Fa spallucce – Ne ho presa tanta nella vita…
Restiamo in silenzio alcuni secondi; sto quasi per salutare quando si avvicina come per confessare un segreto – Lo sa – Si guarda intorno – Mi hanno rubato il lumino!
– La lampadina? Se ne vuole una…
Scuote la testa per dirmi che non ci siamo intesi – Il copri lampada, quel coso di vetro che si mette sopra alla luce – Gesticola con entrambe le mani per descriverlo.
– Ah, la fiamma di vetro.
– Ecco, quella! L’avevo ricomprata per i Morti, e ora… – Allarga le braccia – L’avevo pagata anche cara.
– Venga con me.
Passando dal loggiato coperto entriamo nel magazzino. In un angolo, per terra, ci sono alcuni oggetti di vecchie tombe esumate che lunedì dovremo buttare. Ci sono anche due fiamme di vetro. Una è sbeccata, l’altra sembra buona. La prendo, me la rigiro tra le mani e gliela porgo.
– Provi a vedere se si avvita questa, è un po’ vecchia ma…
– Oh, anche se non si avvita ce l’appoggio sopra, grazie!
Mi fissa
– Quanto le devo?
Sorrido perché è in queste piccole cose che si fa l’Italia o si muore.
– Nulla signora, è roba usata che noi buttiamo.
Lei mi guarda tenendo morbido il sorriso poi, a sorpresa, avvicina una mano e mi carezza una guancia.
– Bellino – Mi fa – Grazie!
Il tocco che ha, il calore che tiene nel palmo, quel complimento… mi viene in mente nonna.
Se ne va salutandomi di spalle.
Senza riuscire a smorzare il sorriso fesso che ho sulla bocca la osservo allontanarsi.
Le gambe e le spalle piegate da chissà quale lavoro, la camminata lenta fatta di piccoli scatti, tentennando piano un passo dopo l’altro.
Penso che la vita può piegarci in ogni modo, ma è la dignità che ci fa andare dritti.

Rituali.

Mi passa da dietro veloce e silenzioso come un folletto, non ci faccio neppure caso, anche se è presto per le visite al cimitero.
Ci scambiamo un buongiorno, meccanico e di circostanza, senza nemmeno guardarci.
Qui ho quasi finito.
Fa freddo.
Quando mi fermo avverto piccoli brividi sul collo. Dice che nevica ma guardo le nuvole che sono grigie e piene: secondo me pioverà.
Ecco, l’allaccio della luce al loculo è pronto.
Ripongo gli arnesi al loro posto nella borsetta di cuoio e torno verso il magazzino.
Lo vedo ancora, è fermo in una delle gallerie davanti a un loculo, ma ho parecchie cose da fare e sono concentrato su quelle.
Cambio un rubinetto in bagno, che sono due settimane che è rotto, butto nel cassonetto due composizioni ormai rinsecchite.
Guardo il campo delle sepolture.
La pioggia dei giorni scorsi ha appesantito il suolo e alcune tombe sono avvallate; metto gli stivali e prendo una pala per riempirle.
Dal centro del campo vedo quasi tutto il cimitero; il folletto passa almeno tre volte prima di farmi incuriosire.
Si muove veloce tra una sosta e l’altra.
È fermo davanti a un altro loculo e con la coda dell’occhio noto un gesto: una preghiera, o un saluto – penso – deve avere più di un familiare qui.
Non faccio rumore e secondo me mica mi ha notato qua in mezzo alle tombe.
Lo vedo di fronte a un altro loculo ancora.
E un altro.
Gesticola.
Sparisce in una delle gallerie, ritorna davanti a un altro marmo, poi un altro ancora.
Mi rendo conto solo adesso che sta ripassando davanti ai loculi che ha già visitato.
Gesticola.
Si passa più volte le mani davanti alla bocca.
Alla stessa maniera, tutte le volte.
Quelli sono tic, piccoli gesti rituali.
Lo so perché da piccolo ne facevo anch’io.
Mi scorge mentre lo fisso.
In quell’istante che si dilata tra il niente e l’imbarazzo mi sorprende la sua espressione esausta.
Si muove adesso in modo diverso, come a confondere le acque, immagina che io sappia.
Mentre si avvicina mi osserva per poi riabbassare lo sguardo, lo fa per alcune volte finché non mi passa vicino.
Sorride.
È un sorriso infantile e amareggiato.
– I morti son tutti uguali – Mi dice mentre passa allargando le braccia.
Se ne va con il suo segreto.
Avverto adesso un brivido che è diverso e sale dalla schiena. Ma non è il freddo.
Mi sento solo in colpa per averlo messo in obbligo di giustificarsi.

Il poeta

Per arrivare all’abitazione percorriamo un lungo vialetto sterrato.

È pieno di gente che cammina nella nostra stessa direzione. Li superiamo tutti, pian piano e li ascoltiamo parlare: i loro discorsi ci raccontano chi era l’uomo che dovremo portare via oggi.

Lavoratore, portava spesso il figlio a pescare da me, mi ricordo quella volta…, da un paio d’anni non riusciva più a leggere, dettava alla moglie i suoi versi.

Passo di fianco a uno degli ultimi visitatori che abbiamo davanti. È anziano, cammina distratto tenendo un libro. Lo tiene con entrambe le mani e lo fissa.

No, non è un libro, sembra più un quaderno o un’agenda, di quelle con la copertina morbida.

La guardo: è completamente azzurra, senza una scritta o una figura.

Superiamo la porta d’ingresso, nel soggiorno il feretro è coperto dal velo di raso bianco.

La signora seduta a fianco ci guarda, aggrotta le ciglia, tra la supplica e la disperazione.

Mi accuccio accanto a lei tenendomi alla sedia – Stia tranquilla, abbiamo ancora un quarto d’ora prima di chiuderlo – Mentre mi alzo mi prende la mano tra le sue, è fredda, mi fissa – Posso restare a guardare?

– Ma certo, non c’è problema –

Si rimette composta e sollevata a fissare il marito.

Quando torniamo nella stanza lei prende la mazza che teneva appoggiata al muro e si solleva con fatica.

Appende il bastone al feretro, con delicatezza chiude il tessuto dell’imbottitura accomodandolo all’interno; poi allunga entrambe le braccia e carezza il suo uomo.

Bisbiglia alcune parole, sembra una cantilena, avverto il ritmo, probabilmente una poesia.

La guardo. Il suo viso è una diga. Dagli occhi rossi non passa una lacrima. Per farci spazio usa il bastone e le nostre braccia; adesso non deve sostenere soltanto il suo fisico.

Dopo la chiusura partiamo per il cimitero: è un trasporto civile.

Qui ci sono altre persone che stanno aspettando. Salutano la moglie; le si avvicina un signore che sembra più anziano di lei, fa le condoglianze, si emoziona, gli si spezza la voce. La donna lo incoraggia con una mano sulla spalla – Via, via che sistema è. Non c’è da piangere qui, c’è da fare quel che c’è da fare!

Si avvicina all’auto funebre, ci guarda – Signori, che volete fare? Lo volete riportare via? Se tornasse vivo vi direi di farlo, ma tanto…

La buca è già pronta, aiutiamo i custodi a calare piano la cassa, si sfilano le corde dalle maniglie. Uno di loro accende l’escavatore.

Dal gruppo di persone che stanno intorno sbuca l’uomo che teneva il volume azzurro – Fermi, fermi, aspettate!

L’escavatore si spegne.

– Non si può salutarlo senza dire qualcosa di lui – Fa un breve discorso. Il defunto scriveva poesie.

– Questo – Scuote il volume come un’arma – È l’unico libro esistente che raccoglie tutti i suoi versi, e l’ha regalato a me – Si emoziona – A me!

Guarda dentro alla fossa poi si rivolge alla folla – Era come un fratello. E adesso quello che resta di lui è tutto qui dentro! – Scuote ancora il libro poi lo apre al segno che aveva fatto.

Guarda la moglie, riprende fiato – Questa l’aveva scritta per te.

Legge versi e lei diventa natura delicata e poi selvaggia e poi ancora delicata, e animali, e paesaggi sconvolti dalla bellezza.

Devo allontanarmi perché la diga, adesso, sono io.

La guardo un’ultima volta.

Sta in piedi tenendo il bastone con entrambe le mani, la testa alta.

Sembra una quercia secolare.

E penso che sia lei la più bella poesia di oggi.

Domande, risposte.

L’altro giorno abbiamo sepolto a terra un anziano signore.
Fin dall’ingresso nel cimitero suo figlio è stato alla testa del piccolo corteo, con in braccio il nipotino del defunto.
– Dov’è il nonno? – Gli chiedeva.
Lui lo guardava con occhi ladri e un enorme ciuccio in lattice che sembrava un tappo per parole sconosciute; rispondeva indicando la cassa – Mmmm!
– E poi dove va? – Proseguiva l’uomo.
– Mmmm! – Diceva il piccolo cambiando intonazione e puntando il cielo con il ditino.
È andata così finché non abbiamo cominciato a ricoprire la fossa.
L’uomo con il bimbo si sono messi in silenzio a guardare a qualche metro da noi.
Ad un tratto il piccolino ha cominciato a sbattersi come un pesce pescato e a muovere la testa, dal padre al nonno.
– Mmmmmm – Ripeteva a voce sempre più alta con un lamento sempre più lungo, indicando la fossa – Mmmmmm!
Alla fine si è messo a fissare il padre, ormai isolato dal resto del mondo, ha allargato le braccine e detto un – Mm!? – breve e folgorante mettendosi a fissare il cielo, silenzioso.
Le nostre domande iniziano presto.
Le risposte ce le diamo da soli.

 

Petalo di rosa.

Questo è il periodo in cui i cimiteri si riempiono di persone, di fiori, d’incontri.

Spazzo la stessa mattonella da quasi cinque minuti.

Lo faccio perché mi sono distratto.

Da sotto la tesa del cappellino guardo un anziano distinto, di quelli ben vestiti, che indossano il doppio petto con l’eleganza di un imperatore.

È seduto su uno sgabello, piegato in avanti con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le braccia dritte e la testa abbassata. Sembra sostenere un peso che non è fisico.

Rigira tra le mani un foglio a quadretti grandi, di quelli per bambini; credo che ci sia un disegno sopra.

C’è stato l’altro ieri qua, in jeans, ha accompagnato sua moglie che adesso riposa dietro di lui, in seconda fila. Davanti alla muratura aveva messo un vaso con dentro rose bianche che sembrano ancora fresche.

Il cemento è ormai asciutto, spero di averlo scritto bene il suo nome con la scheggia di un mattone.

Si stacca un petalo. Seguo con lo sguardo la sua caduta, poi mi sorprende lui, che si volta di scatto e fissa quel petalo per terra.

Lo fissa a lungo.

Mi chiama una signora.

– Arrivo – Le dico.

Lui sta fissando ancora quel petalo bianco, probabilmente l’ha visto cadere.

Mentre me ne vado riesco solo a pensare che invece, mi piacerebbe che l’avesse sentito.

 

Eredità.

Stamani portano una cenere.

Ho un orario e so quale impresa funebre la consegnerà.

Appena arrivo al cimitero preparo il ponteggio, quello piccolo. Con Martello e scalpello apro un rettangolo nel loculo in terza fila, grande giusto per fare entrare il contenitore della cremazione.

Per terra appoggiato al muro c’è il marmo, che porta la foto di una signora mora e una data di venti anni fa. Lo hanno tolto ieri due colleghi perché oggi sono da solo non sarei riuscito.

La calce la preparo appena avrò inserito le ceneri, ne servirà poca e l’operazione è veloce.

Ho tempo.

Mentre aspetto faccio le pulizie, che il vento ha riempito i viali di rametti di cipresso e dei suoi frutti, quelle palline di legno che da noi si chiamano coccole. È un nome bellissimo e ora che ci penso, i cipressi tengono i rami così chiusi come se vivessero in un eterno abbraccio.

Rompe i miei pensieri il motore dell’auto funebre che si ferma.

Raggiungo l’ingresso, l’autista è già sceso ma non vedo il bussolotto delle ceneri.

Ci salutiamo e chiedo spiegazioni.

– Non ce l’ho io – mi dice – Stanno arrivando adesso – indica alle nostre spalle.

Un signore anziano scende dall’auto parcheggiata distante. Porta la piccola scatola metallica come fosse un labaro, mi saluta e me la porge sorridendo.

L’autista del carro se ne va.

Controllo i documenti: sono a posto.

Si parla del più e del meno mentre ci avviciniamo, le solite cose.

Poi mi dice che qui non è cambiato niente da quando c’era lui; racconta che è stato il custode di questo cimitero fino a quindici anni fa. Si parla finché non raggiungo il ponteggio.

Salgo sopra, lui mi passa il bussolotto.

– Posso procedere? Vuol dare l’ultimo saluto prima che lo inserisca?

Fa no con la testa.

– Era mio suocero – dice –  Sono anni che vegetava sopra un letto, mi sono rassegnato alla sua perdita.

Forse non passano sei secondi.

È il tempo che mi serve per accendere il pensiero che quest’uomo è da solo al funerale del suocero, guardare la fascetta di alluminio col nome stampato sopra al bussolotto nero, voltarmi verso il marmo e vedere lo stesso cognome inciso in lettere dorate.

Allora mi volto e incontro i suoi occhi densi e rassegnati.

– Eh sì – mi fa – Lei me la sono murata io, almeno mia moglie l’ho salutata come si deve.

Sollevarsi.

 

Al piccolo cimitero dobbiamo arrivarci a piedi.

C’è da percorrere una stretta mulattiera; su un fianco si alza la roccia della montagna, dall’altro scendono le terrazze di ulivi e i campi. Sembra di essere sul set di un film pastorale del neorealismo italiano.

Il muretto in pietra compare all’improvviso da dietro una siepe. Lasciamo le carrette e scendiamo gli attrezzi per le due rampe di scale.

Il problema non è fare una buca a mano, il problema è farla qui.

La pietra della montagna è stata addomesticata solo in parte, in questo piccolo rettangolo la terra si divide lo spazio con sassi e ciottoli.

Rimangono appena tre posti liberi: presto dovremo fare nuove esumazioni.

Tiriamo su le maniche e cominciamo.

Lavoriamo da un’ora e siamo scesi di mezzo metro appena.

Entra una coppia attempata, portano insieme una cassetta da frutta pieno di vasi di fiori.

Noi continuiamo il nostro lavoro mentre loro fanno una visita alle tombe dei parenti, finché non si fermano appena dietro di noi.

È il turno del mio collega adesso, sta smuovendo col piccone i prossimi venti centimetri.

Tira vento e avverto un brivido, vado a prendere la maglia che ho lasciato sulla panchina.

La coppia sta sistemando i fiori sulla tomba di un bimbo.

I posti dove riposano gli angioletti sono perenni; qua dentro però si sta rovinando tutto, lo spazio manca e fa comodo ogni metro quadrato da poter liberare; so che presto dovremo rintracciare i familiari per avere il loro consenso alle esumazioni.

Vorrei temporeggiare, vorrei entrare in fossa al posto del collega, vorrei ci parlasse lui, ma il turno va rispettato.

Sto per camminare sul filo teso della memoria e le parole vanno setacciate.

– Buongiorno, siete… – Indico la piccola tomba, mi fanno sì con la testa mentre continuano a guardare il marmo devastato dal tempo.

La lapide dice solo “1979 – 1983”

– Dovrei chiedervi se siete interessati a… – Allungo una mano, la chiudo a pugno e la tiro a me.

Lui guarda la tomba e appare disteso, lei alza il capo, chiude gli occhi e muove le labbra da cui non esce un suono, ma io ci leggo “Sia ringraziato il cielo”.

Il marito mi mette una mano sulla spalla – È una liberazione – mi dice – Noi non…

Gli faccio capire con un cenno che non servono spiegazioni, che capisco benissimo, che ho visto altre volte quegli occhi.

Lei si avvicina – Tanto – dice – Cosa volete ci sia rimasto là sotto.

Prendiamo un appuntamento e ci salutiamo; sembrano sollevati, come se il ricordo avesse levato l’ancora da questo luogo fisico.

– Oh! –

Mi volto. Il collega è già salito.

Ho venti centimetri di sassi e terra per sfogare questa tensione.

Legami.

Da mezz’ora ha gli occhi fissi sul feretro.

Non sono nemmeno sicuro se guarda ancora il volto del marito oppure le passa davanti una storia che nessuno può vedere.

In questo tempo ho rubato con sguardo discreto pezzi di persone che sono passate per un saluto: le loro espressioni, la direzione degli sguardi che guizzano rivolti con reverenza e timore all’interno di quell’involucro di legno, un segno della croce, una mano sulla spalla.

Però adesso lei è da sola.

Non fisso il dolore, distolgo lo sguardo.

Allora mi trovo a scrutare oltre la grande finestra dell’obitorio, quella con la pellicola a specchio. Mi protegge e rassicura che nessuno possa vederci dall’esterno; invece da qui si vede fuori in un bianco, nero e seppia artificiale, come quando si fissa l’eclisse da un vetro affumicato.

Avevo lasciato il cielo limpido, adesso ci sono nubi striate gonfie di pioggia, vedo tutto scuro.

Non so se è davvero così oppure è l’effetto della pellicola che mi confonde.

Le guardo le mani, tiene il bordo della cassa.

Il nome di quel feretro è Larice Cordato.

La cornice su cui poggerà il coperchio è sagomata come quelle grosse corde di porpora che delimitano la fila nei luoghi pubblici, o come quelle che legano le pesanti tende di certe chiese.

Una corda a cui lei sembra aggrapparsi per non lasciare andare la parte più importante del suo mondo.

Ma si è fatta l’ora, si deve fare la chiusura.

Le tocco una spalla, mi guarda come si svegliasse adesso, senza cambiare espressione; ci facciamo due gesti senza bisogno di parlare, si bacia le dita e le poggia sulla fronte del suo uomo.

Sento un attimo il brivido di quel freddo che è la morte.

Si volta e mi passa a fianco; non versa una lacrima, non batte un ciglio, come se avesse esaurito ogni sentimento umano.

Come se non sentisse niente.

Poi mi sento sciocco.

Ma come faccio io a sapere cosa prova una persona in questo momento, se basta una pellicola scura a confondere il tempo.

Ciao.

Il carro funebre percorre l’ultimo tratto a passo d’uomo.
Piove che il vetro non riesce a stare pulito.
Quando entriamo nella piccola piazza dirompe un tuono insistente, profondo che sembra un brutto effetto speciale, di quelli fatti con latta e martello, di quelli che scoccano d’estate quando non t’aspetti un tuono d’agosto, oppure è il cielo che ha cominciato ad accartocciarsi.
È surreale questa immagine del corteo di auto ferme da cui non scende nessuno.
Piove troppo.
In questo tempo guardo fuori: sembra di essere dentro una di quelle palle di vetro piene d’acqua.
Su un lato e dietro sfilano palazzi. Sono alti uguali e così normali da sembrare disegnati con il canone di un bimbo: rettangoli alti tre piani, facciate dipinte con tenui colori primari, persiane identiche, quasi tutte chiuse, senza cornici o balze intorno; anche i portoni si assomigliano, cambia solo la forma del battente. Una vecchia insegna scolorita dice Carni.
Dall’angolo che nasconde l’uscita della piazza, gira un vecchio cilindro verticale a strisce bianche e rosse, mi pare ci sia scritto Barba in mezzo.
Adesso pioviggina, scendiamo di corsa perché potrebbe ricominciare.
Sull’altro lato della piazza regna un vecchio palazzo con colonne, e merli sulle due torrette; alle nostre spalle l’unico scorcio sul mondo ci mostra, in un angolo, un orizzonte coperto da alberi alti e spogli, così fitti da nascondere le colline.
Resta quello che abbiamo davanti: la grande chiesa, così alta che non basta tirare la testa indietro per guardarla tutta; quando abbasso il capo ho come una vertigine: il duomo sembra capovolgersi nella pozza che ristagna lungo la strada; mi ci vedo appena specchiato, mentre balzo in avanti per non inzaccherarmi.
Apriamo la grande porta, sistemiamo i fiori all’altare.
Mentre usciamo la pioggia è aumentata ma ormai i familiari sono dentro e dobbiamo procedere.
Tiriamo fuori il feretro, si bagna, ci voltiamo verso l’ingresso, ci guardiamo negli occhi e al cenno di uno alziamo tutti insieme per fare la spallata.
Il corridoio disegnato tra le panche è lungo.
Poggiamo la cassa sul carrello davanti all’altare, usciamo.
C’è tensione qua fuori.
Dice che la figlia del defunto, alla fine della messa, avrebbe voluto mettere una canzone per salutare il padre.
Sembra che il sacerdote non abbia accettato, che sia a causa del pezzo, non lo riteneva idoneo.
Le persone che stanno fuori sotto al loggiato sono tutte a favore della donna, qualcuno apre le braccia guardando al cielo. Sembra allora che leggerà una lettera.

Quando la messa sta per finire entriamo, ci avviciniamo all’altare seguendo i larghi corridoi laterali rimanendo defilati.
Appena il sacerdote manda in pace i presenti la figlia si alza, raggiunge il leggio e svolge un piccolo foglio.
Le sue parole escono straziate dal dolore; verso la fine della lettura si calma, saluta, ringrazia. Richiude il foglio e resta in piedi sul posto.
Da una delle prime file un ragazzo alza un amplificatore portatile, si diffonde una melodia, sempre più forte.
La donna guarda in alto a occhi chiusi: – Questa è la tua canzone, tua e di mamma.
È Ciao amore di Tenco.
Mi si ferma il respiro, rimbalza qua nel mezzo, tutti i cuori sembrano perdere un battito, faccio mio un angolo buio, chiudo gli occhi. E ascolto.
Il prete è ancora fermo al pulpito, lo sguardo diviso da piccoli guizzi tra la ragazza e l’amico con la cassa, chiude gli occhi, abbassa la testa, la tentenna.
Poi scende due scalini di legno che rimbombano i suoi passi.
Si sofferma alle spalle della donna, le carezza una guancia pizzicandola piano, con la tenerezza e il rimprovero che gli competono.
Giurerei di averlo visto sorridere, ma per adesso non ho lo sguardo affidabile.

Distanze.

Siamo quasi in montagna, il funerale è alle dieci.

Intorno le cime bianche sembrano scrutarci con la solennità di una madre d’altri tempi.

Non è neve, che non è stagione, è marmo, un marmo ancora vergine, con intorno le cave che si avvicinano fameliche.

Ci siamo.

L’ingresso nel grande giardino ci mette addosso gli occhi di tutti; alcuni paesani si avvicinano per le solite battutine, come a misurare un’atavica paura che in qualche modo dev’essere esorcizzata:

– Quando vediamo voi bisogna fare gli scongiuri.

– Sì, ma finché li vediamo è buon segno!

– Il vostro mestiere non conosce crisi.

– Da voi prima o poi ci passano tutti…

Non siamo infastiditi, anzi, ci danno l’opportunità di creare un legame dove a volte non conosciamo nessuno.

Poi però cambia il respiro: i rumori si fanno discreti, le parole bisbigliate, si spengono i sorrisi.

L’ingresso è da una porta bassa, l’architrave di pietra grigia che le sta sopra sembra possa reggere da sola tutto il peso dell’edificio e pure lo sguardo delle montagne.

Un corridoio stretto si apre come un delta nel piccolo soggiorno. Accanto al libro per le firme dei visitatori c’è un manifesto celebrativo: la signora che è morta aveva quasi ottant’anni.

Mentre aspettiamo che nella stanza si faccia spazio mi scopro a fissare una brillante targa di metallo; l’ha regalata la comunità per festeggiare i cento anni dell’uomo di casa: è di tre anni fa.

Dalla piccola camera esce una signora sui quaranta, parla un italico straniero. Tiene al braccio un anziano che la segue lento e traballante, lo chiama per nome, lo stesso che sta sulla targa. Lo incoraggia, lui la guarda silenzioso. La sua pelle antica non dimostra gli anni che ha. Abbassa lo sguardo tentennando il capo in un disappunto che non sa destinare.

Poi mi guarda con quegli occhi…

Io li adoro gli occhi degli anziani, sono morbidi e stanchi, luccicano e sostengono sguardi, ma hanno qualcosa che non mi so spiegare, come un velo teso, a sostenere tutto il peso delle cose guardate.

– Non è giusto – mi dice – Non è giusto, queste cose non dovrebbero capitare mai, MAI – gli si incendia lo sguardo – Amore mio, povero amore mio!

Allora me li immagino belli, insieme, felici in un tempo da libro di storia, che di certo non vedeva di buon occhio un amore con tanta differenza d’età; e come mi succede sempre parte il film delle loro vite, tutto inventato, tutto impostato sui miei sogni, falsato dalla mia immaginazione.

Osservo l’anziano finché lo posso vedere, prima che il corridoio lo porti fuori e il sole lo renda una silhouette nera e vibrante. Se ne va indicando alla badante di stare attenta a scendere le tre scalette all’ingresso, che sono pericolose. Sembra sia lui a sostenere lei.

È arrivato il momento: facciamo la chiusura, usciamo.

Mentre aspettiamo il parroco parliamo con alcuni vicini.

Quel vecchio signore abitava lì da sempre, aveva ristrutturato la baracca da pastori del padre. Gli chiedo da quanto erano sposati con la defunta.

– Non era la moglie – mi squadra una signora – Era sua figlia.