Legami.

Da mezz’ora ha gli occhi fissi sul feretro.

Non sono nemmeno sicuro se guarda ancora il volto del marito oppure le passa davanti una storia che nessuno può vedere.

In questo tempo ho rubato con sguardo discreto pezzi di persone che sono passate per un saluto: le loro espressioni, la direzione degli sguardi che guizzano rivolti con reverenza e timore all’interno di quell’involucro di legno, un segno della croce, una mano sulla spalla.

Però adesso lei è da sola.

Non fisso il dolore, distolgo lo sguardo.

Allora mi trovo a scrutare oltre la grande finestra dell’obitorio, quella con la pellicola a specchio. Mi protegge e rassicura che nessuno possa vederci dall’esterno; invece da qui si vede fuori in un bianco, nero e seppia artificiale, come quando si fissa l’eclisse da un vetro affumicato.

Avevo lasciato il cielo limpido, adesso ci sono nubi striate gonfie di pioggia, vedo tutto scuro.

Non so se è davvero così oppure è l’effetto della pellicola che mi confonde.

Le guardo le mani, tiene il bordo della cassa.

Il nome di quel feretro è Larice Cordato.

La cornice su cui poggerà il coperchio è sagomata come quelle grosse corde di porpora che delimitano la fila nei luoghi pubblici, o come quelle che legano le pesanti tende di certe chiese.

Una corda a cui lei sembra aggrapparsi per non lasciare andare la parte più importante del suo mondo.

Ma si è fatta l’ora, si deve fare la chiusura.

Le tocco una spalla, mi guarda come si svegliasse adesso, senza cambiare espressione; ci facciamo due gesti senza bisogno di parlare, si bacia le dita e le poggia sulla fronte del suo uomo.

Sento un attimo il brivido di quel freddo che è la morte.

Si volta e mi passa a fianco; non versa una lacrima, non batte un ciglio, come se avesse esaurito ogni sentimento umano.

Come se non sentisse niente.

Poi mi sento sciocco.

Ma come faccio io a sapere cosa prova una persona in questo momento, se basta una pellicola scura a confondere il tempo.

Ciao.

Il carro funebre percorre l’ultimo tratto a passo d’uomo.
Piove che il vetro non riesce a stare pulito.
Quando entriamo nella piccola piazza dirompe un tuono insistente, profondo che sembra un brutto effetto speciale, di quelli fatti con latta e martello, di quelli che scoccano d’estate quando non t’aspetti un tuono d’agosto, oppure è il cielo che ha cominciato ad accartocciarsi.
È surreale questa immagine del corteo di auto ferme da cui non scende nessuno.
Piove troppo.
In questo tempo guardo fuori: sembra di essere dentro una di quelle palle di vetro piene d’acqua.
Su un lato e dietro sfilano palazzi. Sono alti uguali e così normali da sembrare disegnati con il canone di un bimbo: rettangoli alti tre piani, facciate dipinte con tenui colori primari, persiane identiche, quasi tutte chiuse, senza cornici o balze intorno; anche i portoni si assomigliano, cambia solo la forma del battente. Una vecchia insegna scolorita dice Carni.
Dall’angolo che nasconde l’uscita della piazza, gira un vecchio cilindro verticale a strisce bianche e rosse, mi pare ci sia scritto Barba in mezzo.
Adesso pioviggina, scendiamo di corsa perché potrebbe ricominciare.
Sull’altro lato della piazza regna un vecchio palazzo con colonne, e merli sulle due torrette; alle nostre spalle l’unico scorcio sul mondo ci mostra, in un angolo, un orizzonte coperto da alberi alti e spogli, così fitti da nascondere le colline.
Resta quello che abbiamo davanti: la grande chiesa, così alta che non basta tirare la testa indietro per guardarla tutta; quando abbasso il capo ho come una vertigine: il duomo sembra capovolgersi nella pozza che ristagna lungo la strada; mi ci vedo appena specchiato, mentre balzo in avanti per non inzaccherarmi.
Apriamo la grande porta, sistemiamo i fiori all’altare.
Mentre usciamo la pioggia è aumentata ma ormai i familiari sono dentro e dobbiamo procedere.
Tiriamo fuori il feretro, si bagna, ci voltiamo verso l’ingresso, ci guardiamo negli occhi e al cenno di uno alziamo tutti insieme per fare la spallata.
Il corridoio disegnato tra le panche è lungo.
Poggiamo la cassa sul carrello davanti all’altare, usciamo.
C’è tensione qua fuori.
Dice che la figlia del defunto, alla fine della messa, avrebbe voluto mettere una canzone per salutare il padre.
Sembra che il sacerdote non abbia accettato, che sia a causa del pezzo, non lo riteneva idoneo.
Le persone che stanno fuori sotto al loggiato sono tutte a favore della donna, qualcuno apre le braccia guardando al cielo. Sembra allora che leggerà una lettera.

Quando la messa sta per finire entriamo, ci avviciniamo all’altare seguendo i larghi corridoi laterali rimanendo defilati.
Appena il sacerdote manda in pace i presenti la figlia si alza, raggiunge il leggio e svolge un piccolo foglio.
Le sue parole escono straziate dal dolore; verso la fine della lettura si calma, saluta, ringrazia. Richiude il foglio e resta in piedi sul posto.
Da una delle prime file un ragazzo alza un amplificatore portatile, si diffonde una melodia, sempre più forte.
La donna guarda in alto a occhi chiusi: – Questa è la tua canzone, tua e di mamma.
È Ciao amore di Tenco.
Mi si ferma il respiro, rimbalza qua nel mezzo, tutti i cuori sembrano perdere un battito, faccio mio un angolo buio, chiudo gli occhi. E ascolto.
Il prete è ancora fermo al pulpito, lo sguardo diviso da piccoli guizzi tra la ragazza e l’amico con la cassa, chiude gli occhi, abbassa la testa, la tentenna.
Poi scende due scalini di legno che rimbombano i suoi passi.
Si sofferma alle spalle della donna, le carezza una guancia pizzicandola piano, con la tenerezza e il rimprovero che gli competono.
Giurerei di averlo visto sorridere, ma per adesso non ho lo sguardo affidabile.

Distanze.

Siamo quasi in montagna, il funerale è alle dieci.

Intorno le cime bianche sembrano scrutarci con la solennità di una madre d’altri tempi.

Non è neve, che non è stagione, è marmo, un marmo ancora vergine, con intorno le cave che si avvicinano fameliche.

Ci siamo.

L’ingresso nel grande giardino ci mette addosso gli occhi di tutti; alcuni paesani si avvicinano per le solite battutine, come a misurare un’atavica paura che in qualche modo dev’essere esorcizzata:

– Quando vediamo voi bisogna fare gli scongiuri.

– Sì, ma finché li vediamo è buon segno!

– Il vostro mestiere non conosce crisi.

– Da voi prima o poi ci passano tutti…

Non siamo infastiditi, anzi, ci danno l’opportunità di creare un legame dove a volte non conosciamo nessuno.

Poi però cambia il respiro: i rumori si fanno discreti, le parole bisbigliate, si spengono i sorrisi.

L’ingresso è da una porta bassa, l’architrave di pietra grigia che le sta sopra sembra possa reggere da sola tutto il peso dell’edificio e pure lo sguardo delle montagne.

Un corridoio stretto si apre come un delta nel piccolo soggiorno. Accanto al libro per le firme dei visitatori c’è un manifesto celebrativo: la signora che è morta aveva quasi ottant’anni.

Mentre aspettiamo che nella stanza si faccia spazio mi scopro a fissare una brillante targa di metallo; l’ha regalata la comunità per festeggiare i cento anni dell’uomo di casa: è di tre anni fa.

Dalla piccola camera esce una signora sui quaranta, parla un italico straniero. Tiene al braccio un anziano che la segue lento e traballante, lo chiama per nome, lo stesso che sta sulla targa. Lo incoraggia, lui la guarda silenzioso. La sua pelle antica non dimostra gli anni che ha. Abbassa lo sguardo tentennando il capo in un disappunto che non sa destinare.

Poi mi guarda con quegli occhi…

Io li adoro gli occhi degli anziani, sono morbidi e stanchi, luccicano e sostengono sguardi, ma hanno qualcosa che non mi so spiegare, come un velo teso, a sostenere tutto il peso delle cose guardate.

– Non è giusto – mi dice – Non è giusto, queste cose non dovrebbero capitare mai, MAI – gli si incendia lo sguardo – Amore mio, povero amore mio!

Allora me li immagino belli, insieme, felici in un tempo da libro di storia, che di certo non vedeva di buon occhio un amore con tanta differenza d’età; e come mi succede sempre parte il film delle loro vite, tutto inventato, tutto impostato sui miei sogni, falsato dalla mia immaginazione.

Osservo l’anziano finché lo posso vedere, prima che il corridoio lo porti fuori e il sole lo renda una silhouette nera e vibrante. Se ne va indicando alla badante di stare attenta a scendere le tre scalette all’ingresso, che sono pericolose. Sembra sia lui a sostenere lei.

È arrivato il momento: facciamo la chiusura, usciamo.

Mentre aspettiamo il parroco parliamo con alcuni vicini.

Quel vecchio signore abitava lì da sempre, aveva ristrutturato la baracca da pastori del padre. Gli chiedo da quanto erano sposati con la defunta.

– Non era la moglie – mi squadra una signora – Era sua figlia.

L’offerta.

Seguono tutti l’omelia del prete.

Qualcuno col capo basso è illuminato dallo schermo di un cellulare che non riesce a nascondere. Un paio di persone bisbigliano troppo forte dal fondo della chiesa e una signora si volta continuamente per rimproverli con occhiacci severi ma i bisbigli proseguono.

Mi vede e scuote la testa rassegnata.

Anche un mio collega l’ha notata; schiocca le dita per attirare l’attenzione dei disturbatori che s’interrompono per fissarlo; lui palleggia in aria con una mano per fargli abbassare il tono e i due si mettono buoni ad ascoltare la messa.

Non finirà prima di una ventina di minuti.

Senza accorgermene vengo rapito dagli affreschi della navata laterale.

Cammino col capo all’insù tra i colori cupi di un paradiso irraggiungibile, anche da questa distanza.

Gli angeli tristi sembrano voler aiutare la gente che sta sotto, in una festa di braccia alzate e mani che non riescono a toccarsi.

Non capisco da qui quanto la cupola vada in altezza e quanto invece faccia la prospettiva.

Mi riporta a terra una voce sussurrata e ondeggiante:

– Mi scusi…

Voltarmi all’improvviso verso il basso mi fa provare una specie di vertigine, confonde la mia vista posata sulla figura piccola e magra che mi ha chiamato piano, sembra che vibri.

Nell’attimo che la fisso capisco.

Non è la vertigine: trema davvero, di un fremito familiare che mi trascina davanti agli occhi l’immagine di mia nonna materna e una di quelle parole che impariamo a conoscere bene solo quando ti toccano da vicino, piene di K o Z e altre lettere dal sapore esotico che fanno tanto male quando stanno addosso a chi ami.

Trema il suo sorriso imbarazzato, trema la testa piccola e bianca, trema la gamba, trema il piede; il fragile braccio che adesso mi tiene trasmette una sorta di tentennio ipnotico.

Le si vedono i tendini e le vene, tese come le corde di un’arpa.

Con l’altra mano stringe lieve una moneta da cinquanta centesimi che sposta per mostrarmi qualcosa:

– Me l’accende una lampadina? – ondeggia di nuovo la voce senza controllo – Io non riesco.

Di fianco alle panche, dritto a dove ha messo il piccolo indice c’è un profeta che ci fissa severo, sotto si schiaccia un piccolo altarino, illuminato da quelle lampade che si accendono con un’offerta.

Faccio sì, prendo la moneta e la inserisco nella fessura orizzontale.

Cade forte sul ferro e quasi mi vergogno per il rumore che ho fatto.

La guardo, disegna un grazie muto con le labbra.

Si rimette dritta sulla panca, tira su il velo che teneva calato sul collo e il suo volto sparisce dietro una preghiera.

Mentre torno indietro fisso quell’organza punteggiata di merletti: sembra vela, mossa da un vento leggero.

Pulizie.

Oggi faccio le pulizie in un cimitero molto grande.
Sono appena rientrato dalla pausa pranzo.
Devo spazzare le gallerie sotterranee.
Qua sotto fa fresco ma è pieno di zanzare e la luce è a tempo.
Dopo un po’ che ho cominciato perdo la cognizione.
Rimango al buio: mica mi fa impressione, sono abituato e di luce ne fanno anche le lampadine dei loculi.
Appoggio la scopa al muro con fare distratto e vado a cercare l’interruttore.
Faccio pochi passi.
Da dietro schiocca lo schianto del manico per terra.
Da una galleria laterale si leva un lamento.
– Maronn’ che spavento!
Mi sento come quando da piccolo suonavo i campanelli.
Scatto.
Riprendo la scopa e in tre falcate sono di sopra.
C’è il mio collega che mi fissa, con una smorfia mi chiede cosa ho fatto.
– La paletta – improvviso – Mi sono scordato la paletta

Per un soffio.

È strano che una ragazza così giovane passi tante ore al cimitero.
Stendo i sassetti col rastrello da due ore, con gli occhi stanchi puntati per terra mi sembra di fissare quei vecchi televisori in bianco e nero, quando perdevano il segnale e mio nonno gridava: Sono Loro!
Mi fermo un attimo.
Alzo la testa e la vedo.
Ancora.
È ferma davanti a una tomba in porfido. Dev’essere di sua nonna che mi pare sia arrivata qui non più di un mese fa.
Lei sarà poco più grande di mia figlia, il pomeriggio a volte è con una signora.
Più spesso da sola.
Come oggi.
Ha le mani giunte, un fare compito.
Ad un tratto toglie qualcosa dalla borsetta, sembra un barattolo, da qui pare vuoto.
Lo culla qualche minuto poi lo apre.
Adesso lo vedo trasparire controsole: è un fiore di tarassaco.
Se lo porta alla bocca, alza la testa, tira indietro le spalle: inspira, m’immagino.
Ad un tratto il fiore esplode con l’apertura di una fucilata, la forza di un bacio tirato.
Ecco – mi dico – Doveva solo trovare il modo di dirle addio.

Il bastone della vecchiaia.

Devo sostituire dieci lampade votive.
Sul foglio che ho in mano ci sono stampati i nomi dei defunti e le indicazioni.
All’inizio non lo vedo, intento a leggere come sono, poi con la coda dell’occhio noto muoversi qualcosa: è un anziano che armeggia, inginocchiato di spalle al lato di una tomba.
Al secondo sguardo capisco che non sta facendo delle comuni operazioni come mettere fiori o annaffiarli.
Vicino a lui ci sono due secchi di terra riempiti per metà, un sacco con dentro dei sassi bianchi e alcuni utensili.
Mi avvicino e lo saluto.
– Oh, buongiorno custode! – mi fa.
– Ha bisogno?
– Non mi dia del lei – mi prega crucciato – Qui è un po’ casa, lasciamo stare le formalità.
– Va bene, però vale per entrambi.
– Certo, eh! – Ride di gusto.
Continua a smanacciare con un arnese da giardinaggio mentre pressa la terra all’interno del recinto di marmo; sulla lapide gli sorride la foto di una signora mora. Solo ora mi accorgo che deve esserci stato un cedimento nel terreno.
– Posso darle una mano? – Mi accuccio.
– Posso darti – mi guarda sornione – Si era detto il tu!
Tentenno il capo: – Ha rag… Hai ragione, devo prendere confidenza, non è facile, ho questa educazione classica che…
– L’importante è avercela l’educazione – m’interrompe – Mi dai del tu, non mi mandi mica a cagare!
Rido, il sorriso mi si stampa sulle labbra, divampa sulle guance, mi fa stringere gli occhi, non riesco a tornare serio. Lui prosegue allegro:
– Ridi eh? Scommetto che ora ti viene più facile darmelo il tu!
– Porca miseria – mi rimetto in piedi – Sai che hai ragione?
Fa un gesto d’assenso mentre prende un secchio e lo rovescia tra le fasce di marmo.
Ci riprovo:
– Allora, posso darti una mano? – ci fissiamo – … Lo faccio per cortesia, non per soldi.
– Guarda – Indica fuori del cancello – Ho impiegato mezz’ora a portare la roba dalla Panda fin qua: vuoi mettere la soddisfazione di fare le cose da solo, a quest’età?
Seguo i suoi gesti, poi lo incalzo per l’ultima volta:
– Io insisterei, ma non vorrei che poi fossi tu a mandarmi a quel paese.
– Ma te non c’hai da fare? Siete sempre di corsa!
Un po’, lo confesso, rimango male del tono, poi lui mi punta un dito e comincia a ridere:
– Ah ah, che faccia!
Drizza la schiena restando in ginocchio, si pulisce le mani sui pantaloni, dilunga il collo poi torna a guardarmi:
– Ho ottantadue anni. Molti miei coetanei che sono rimasti vedovi si lasciano andare, non sono capaci di fare una vita decente senza la moglie: o si affidano ai familiari o per loro è finita.
Lo guardo mentre stiamo in silenzio; è lui che lo rompe.
– Lei – Indica col mento la foto della donna e continua a fissarla mentre parla – Mi ha sempre fatto tutto. Eravamo una famiglia vecchia maniera: io operaio, lei casalinga. Dopo la pensione abbiamo iniziato a occuparci della casa insieme. Mi ha insegnato un nuovo lavoro: mi ha salvato la vita –
non lo so se ha gli occhi lucidi oppure è il sudore – Lo devo a lei, lo devo a me stesso – si volta – Capisci?
Faccio sì con la testa, lo faccio con la voce, lo faccio con le mani: è un sì totale di rispetto e di sorpresa. Ora so che se insisto nel volerlo aiutare l’offendo per davvero.
– Mi ha convinto, però se dovesse…
– Mi ha ridato del lei… – mi fa un ammicco – Vuol mantenere le distanze?
– Accidenti: non è che ti posso adottare come nonno, vero?
– Nooo, poi mi tocca farti il regalo per Natale!
Ci facciamo l’ultima risata poi lo saluto.
Dopo un quarto d’ora ripasso nei paraggi per mettere le ultime lampadine.
Sento urlare:
– Oh giovane!
Mi volto di scatto. L’anziano è sempre in ginocchio alla tomba, gesticola verso di me.
– Dimmi!
– Dai retta, vieni qua.
Mi avvicino, mi aspetto una delle sue battute.
– Senti un po’, prima ho fatto il gradasso, ma mi è rimasto il bastone sul tetto della Panda e se non mi aiuti ad alzarmi domani ti tocca scavarmi la fossa.

Dissolvenza.

Questo è il 50° post del mio diario e volevo raccontarlo in maniera totalmente diversa dal solito.
Ho deciso di omaggiare un linguaggio che amo tanto: il fumetto.
Non è esattamente una sceneggiatura, è un gioco di carte mescolate.

Titolo: Dissolvenza.

Tavola 1.
Vignetta 1/4.
Campo lungo, inquadratura dall’alto in prospettiva.
Esterno giorno.
Siamo all’interno del campo di un cimitero.
Una piccola folla sta in piedi sulla terra arida; il gruppo scorre dal basso fino al centro della vignetta dove c’è la fossa. Qui, più vicini degli altri ci sono due persone: il figlio tiene la moglie del defunto per le spalle lei ha in mano dei fiori; il feretro è all’interno della buca ancora scoperto. Dall’altro lato c’è il cumulo di terra, si intravede l’escavatore; io sto sulla destra, indosso il mio cappellino con la tesa, sono in piedi e tengo dal manico la pala che poggia a terra. Dietro a me un muretto di mattoni dov’è posata una croce di legno.
Sul lato sinistro si notano allineati altri cumuli di terra, ognuno con inseriti la propria croce e alcuni vasi di fiori.

Vignetta 5/6.
Controcampo.
Inquadratura dal basso.
Il punto di vista è adesso dall’interno della fossa. Vediamo soltanto il giovane e la donna, non hanno cambiato posizione, uno tiene per le spalle l’altra, questa getta i fiori verso il lettore.

Tavola 2.
Vignetta 1.
Mezzo busto della moglie del defunto; ha gli occhi chiusi, la testa inclinata verso il giovane che la tiene, escono lacrime dai suoi occhi.

Vignetta 2.
Piano americano di me stesso. Con una mano tengo ancora la pala, con l’altra la tesa del cappellino.
Io: Scusate…

Vignetta 3.
Controcampo.
Piano americano della moglie sempre tenuta dal figlio; lei sembra riaversi per un attimo dallo sconforto, alza la testa e mi fissa.

Vignetta 4.
Sono inquadrato a mezzo busto, tengo ancora la mano sulla tesa del cappello.
Io: Posso procedere?

Vignetta 5.
Primo piano della moglie che osserva con sconcerto in direzione della fossa.

Vignetta 6.
Mezzo busto del figlio e della moglie che guarda adesso verso di me. Tentenna la testa in segno di assenso.

Tavola 3.
Vignetta 1/2.
Campo corto.
Inquadratura dal basso.
Io in figura intera sono intento a spalare la terra del cumulo nella fossa.

Vignetta 3/4.
Campo lungo.
Inquadratura dall’alto a volo d’uccello.
Dal lato delle signore la folla è diminuita, quelli che restano stanno salutando la moglie e suo figlio.
Io continuo a spalare terra sulla cassa, che non si vede quasi più.

Vignetta 5.
Piano americano della moglie che guarda in direzione del muretto.

Vignetta 6.
Primo piano della parte superiore della croce. In corrispondenza dell’incrocio delle due piccole assi una cornice di legno accoglie la foto di un uomo sui cinquanta: vediamo il suo mezzo busto, vestito elegante, sorride da sotto i baffi neri.

Tavola 4.
Vignetta 1/2.
Sulla parte sinistra della vignetta vediamo una porzione della croce; al centro la foto che vi è fissata va in dissolvenza per diventare, nell’altra metà della vignetta, l’immagine reale dell’uomo, nel momento e nel luogo in cui la foto fu scattata: una stanza da pranzo, lui seduto a un tavolo imbandito.

Vignetta 3 (stretta).
L’uomo nella stessa posizione della foto è illuminato da un flash.
Rumore: Click

Vignetta 4 (larga).
Controcampo.
Sono inquadrati figlio e moglie.
Lui tiene in mano una macchina fotografica, lei è vestita elegante. Il figlio le si rivolge
Figlio: Vai mamma, adesso una con te.

Vignetta 5.
Inquadratura della macchina fotografica con moglie e marito che si danno un bacio.
Rumore: Click.

Vignetta 6.
Mezzo busto dell’uomo. Si rivolge al figlio che non vediamo inquadrato.
Uomo: Facciamone una tutti insieme.
Figlio (con voce fuori campo): Eh no, è il vostro anniversario. E poi…

Tavola 5.
Vignetta 1/2.
L’immagine in dissolvenza della tavola precedente adesso è al contrario: torniamo al cimitero; sulla sinistra il momento dello scatto della foto, sulla destra la croce.
Didascalia: … c’è sempre tempo.

Vignetta 3 (stretta).
Mezzo busto della moglie. Un rumore la fa tornare alla realtà.
Rumore: Vromm

Vignetta 4 (larga)
Campo corto.
Sono seduto sull’escavatore che adesso è acceso. Una fumata nera sbuffa dal basso.
Rumore: Vromm

Vignetta 5/6
Campo lungo.
Inquadratura dall’alto in prospettiva.
Io sto finendo di riempire la fossa con l’escavatore.
A distanza di sicurezza ci sono la moglie e figlio, adesso soli, sono abbracciati.
Didascalia: C’è sempre tempo…
Fine.

 

 

Quello che resta…

Il funerale è in ritardo, dicono che ci sia un sacco di gente.
Aspetto in silenzio all’ombra delle piante.
Una signora anziana mi gira intorno; bionda, molto magra, leggermente truccata, vestita di un nero elegante: dà l’impressione che non sia abituata ad agghindarsi e ciò rende il suo momento ancora più solenne.
Sta curva sulle spalle come sostenesse un peso.
Si avvicina abbozzando un sorriso.
– Fa caldo oggi… – rompe il ghiaccio – Questo Caronte è micidiale!
Il primo contatto si esaurisce con qualche frase di circostanza. Torna lontana, poi si avvicina di nuovo. Deve avere una voglia matta di sfogarsi.
– Sono venuta in auto, non me la sono sentita di seguire il corteo a piedi sotto un sole così.
Si sente in colpa.
– Il corteo è una formalità, si partecipa da qui – mi colpisco al petto – Si coprono tutte le distanze – Sorridiamo, ho l’impressione che i muscoli del suo volto si sciolgano.
Sembra sollevata.
– Era una maestra – dice – …Una collega.
– Ci sarà il paese intero – immagino a voce alta.
Trovato il contatto la confidenza entra a gamba tesa.
– Non so darmi pace – scuote la testa e tiene le braccia al grembo come cullasse il suo dolore – Che donna, che cervello: sapesse quanti libri leggeva!
Mi scopro a toccarmi la barba, lo faccio quando sono nervoso.
Lei continua.
– Ha insegnato a intere generazioni: forse anche a lei.
– Vengo da fuori, però capisco quanto siano forti queste figure in una piccola comunità.
– Sa – porta le dita davanti alla bocca – non riesco a darmi pace che tutto quello che lei era, sia andato perduto così!
Si accorge che la fisso.
– Non mi fraintenda – si scusa porgendo la mano tesa – non voglio dire che ci siano perdite accettabili, ma…
Rimaniamo zitti per un bel po’, sono io a interrompere il silenzio:
– Sembra che siamo destinati a ripartire sempre da zero – la guardo – Ecco perché il vostro lavoro è così importante, distribuite la vostra eredità a interi paesi.
Mi fa un sorriso che mi mette in pace col mondo, noto i bordi del rossetto che sono imperfetti, le sue spalle sembrano ora quasi dritte.
Si volta.
– C’è l’ombra adesso, quasi quasi seguo l’ultimo tratto.
Ci salutiamo che sembra un addio.

 

La Fondazione.

Ho preparato tutto per la muratura del loculo, aspetto solo che arrivi il corteo funebre.

Sento la voce del sacerdote: si stanno avvicinando.

Mi affaccio dal cancello del cimitero e dopo poco spunta per primo il sacrestano con in mano la lunga croce dorata, lui non se ne accorge ma la piega a seconda di come curva la strada, come fosse una freccia direzionale; poi il corteo delle signore divise in due file, il prete è sul carro.

Dal finestrino l’autista mi passa i documenti e il cartello provvisorio col nome del defunto: leggo che ha da poco passato il mezzo secolo.

Gli faccio cenno dove fermarsi.

Passano dieci minuti.

Adesso la cassa è nel loculo.

Prima che possa chiedere il permesso di procedere si avvicina una giovane donna, la figlia, mi domanda qualche minuto ancora.

Non c’è problema.

Prende dalla borsa un libro, non faccio in tempo a leggere il titolo; mette una mano sul legno e con sicurezza solenne legge un passo.

Lo chiude e mi guarda: – Può metterlo sopra il feretro?

– Lo vuol fare lei? – Mi fissa un istante poi tentenna la testa, si alza sulle punte e compie il rito.

Faccio in tempo a vedere che è di Asimov, uno dei volumi della Fondazione: l’ho letto da ragazzo.

Poi alza la testa, guarda per qualche istante ancora la cassa.

Parla per l’ultima volta, smorzata da un singhiozzo involontario prima di restare in silenzio e lo fa con un filo di voce appena.

Sto in questa posizione privilegiata nel bel mezzo di un crocevia fatto di addii, una posizione in cui si odono anche i bisbigli. Non sono davvero sicuro di cosa abbia detto, ma giurerei che dalle sue labbra sia uscito: Papà, che la forza sia con te.

Credo che gli addii abbiamo lunghezza differente, una lunghezza senza limiti.

Ma ci sono gesti, li vedo, ormai li so riconoscere, che sono serrature che lasciano fuori il dolore per far entrare l’accettazione, il ricordo.

Gli istanti che mi servono per avvicinare gli attrezzi ronzano di pensieri rivolti alle mie figlie. Quante sono le cose che abbiamo in comune! Mi vedo per un istante là dentro, mi passano mille frasi che loro potrebbero usare per dirmi addio. E spero da qua, per chissà quando nel futuro, che loro non soffrano.

Poi scaccio questi pensieri come mosche estive, continuo come sempre, faccio finta di nulla, ripongo nel cassetto più lontano la consapevolezza e continuo il mio lavoro.

Si alza il muro tra la vita e la morte e sono io a costruirlo.

Io che odio le barriere alzo quelle più pesanti.