Un suono e un bacio.

Sono due minuti che ho aperto il cancello del cimitero vecchio.

Do l’ultimo morso a un dolcetto che mia moglie aveva nascosto insieme ai panni. Mi passo una mano sulla bocca, se ci fosse qualche briciolo e tengo gli occhi chiusi un istante di più, come per assaporare questo giorno, che penso sarà buono; domani sono di festa.

Poi avverto un suono. È continuo, e piccolo.

L’ultimo passo che faccio prima di essere fermo, mi fa sbucare nella parte nuova, che ha il cancello che apre da solo. 

C’è un signore, anziano, appoggiato al marmo di un loculo in seconda fila.

Non mi ha visto e non ha sentito arrivare questi scarponi silenziosi.

Allora torno celato, dietro al muro.

Il suono continua. È lui.

Intona una melodia che non riconosco.

Non me la sento di interromperlo passando di là; allora aspetto di non essere di troppo e mi trovo a rubare questo momento.

Spunto fuori appena, che lo possa vedere, appena, che lui non mi veda.

È posato alla lastra lucida come fosse perso in un abbraccio; le labbra appoggiate come in un bacio.

E suona.

Perché non canta, né fischia; emette questo suono melodioso, quasi nasale.

Quando il suono finisce lui si sposta, carezza la foto e se ne va.

Allora esco, vado verso la stanza degli attrezzi e non posso fare a meno, passando là davanti, di sbirciare quel marmo.

Oggi sarebbe stato il compleanno della donna che lì dentro riposa.

 

C’erano una volta 4 becchini…

C’erano una volta quattro becchini.

Una mattina si ritrovarono davanti al cancello del cimitero ebraico, per preparare un funerale.

Era molto presto, il sole non si vedeva ancora e la nebbia notturna avvolgeva umida ogni cosa.

Li accolse il canto dei merli, sui grandi alberi del parco interno.

Primo arrivò il Nonno, che era il più anziano; secondo giunse il Braccio, che aveva tanta forza da sollevare una tomba da solo; terzo fu Goccia, che aveva la lacrima facile e non finiva un funerale che non ne avesse versata qualcuna.

Infine arrivò lo Zitto.

Il cancello grosso e pesante sembrò aprirsi da solo, dopo uno sferragliare fastidioso.

Entrare dentro quelle mura piegava le spalle. La conoscenza a volte è pesante da sostenere.

Il guardiano, un omino piccolo e gentile, fece capolino e salutò.

Dopo aver loro offerto un caffè, nella sua casetta  dentro al cimitero, porse ai becchini una cesta di vimini piccola che conteneva quattro Kippot blu, fatte a uncinetto.

Non si poteva stare là dentro senza un copricapo.

Così uno a uno le presero e le indossarono.

Prima di usare le pale, i becchini le guardarono: quel giorno avrebbero dovuto scavare a mano la fossa, perché nessuna ruspa sarebbe passata dai viali stretti.

Il Nonno prese la pala più vecchia e consumata; il Braccio prese quella col manico scheggiato, che tanto aveva calli così duri da piallare persino le schegge; Goccia prese quella col manico nuovo; infine lo Zitto prese quella col manico corto, che tanto, mica era alto.

In quel luogo il posto dove riposare si sceglieva in vita.

Uno arrivava nel campo e indicava.

– Lì – diceva, e lì andava, anche se c’era solo terra, o anche se era in mezzo ad altre tombe già costruite. E una volta arrivata la sua ora, lì avrebbe riposato per sempre.

Quando giunsero dove dovevano scavare, trovarono un gazebo.

Tutti e quattro i becchini si voltarono a fissare il guardiano, che da sotto un ombrello grande e nero, disse che la sera prima, un familiare, lo aveva fatto portare proprio per loro, per non farli inzuppare se avesse piovuto.

E infatti piovve.

A turno cominciarono a scavare di buona lena e in meno di due ore la buca era bella che fatta; così i becchini si misero ad aspettare il funerale.

Quando il carro giunse nel cimitero, aiutarono a mettere la cassa sul carretto di ferro. A coprire il feretro c’era un tessuto bianco, con una stella blu disegnata al centro.

– Che bella coperta – Esclamò il Braccio.

Il Nonno gli tirò una zuppa sul collo e disse: – Non è mica una coperta quella, asino! È una bandiera!

Quando il corteo arrivò in prossimità della fossa, i quattro becchini posarono piano la bara per terra, passarono le corde dalle maniglie e la calarono dentro, ancora più piano e pari pari, come voleva il Nonno.

Poi, mentre tutti si paravano con gli ombrelli neri, i becchini presero ognuno la propria pala e cominciarono a coprire.

A un certo punto, a metà del lavoro, appena la terra aveva coperto l’ultimo spigolo della cassa, il rabbino fece un gesto con la mano e il Nonno, rivolto agli altri tre, disse – Fermi!

Allora I becchini si spostarono da una parte, sempre sotto al gazebo e i presenti cominciarono a pregare nella loro lingua. Poi il rabbino disse a tutti di voltarsi, e tutti si voltarono nella direzione dove era la Terra Promessa, e continuarono a pregare.

Dopo aver pregato si voltarono tutti verso un’altra direzione e rimasero in silenzio.

E guardarono a lungo.

Guardavano così forte che gli sguardi pesavano. e i becchini si accorsero che quegli sguardi non erano normali ma vedevano oltre quello che c’era, vedevano quello che c’era stato, come se fosse adesso.

E siccome i quattro becchini, scemi scemi, sapevano bene quali erano quei ricordi, e sapevano cosa era successo dove tutti guardavano, si emozionarono.

Non c’era solo Goccia che versava la solita lacrima, anche il Nonno cominciò a lasciarle andare, lo Zitto pure; e anche Braccio, che di certo non aveva mai pianto in vita sua, quel giorno lo fece.

A un tratto ci fu un silenzio così pieno che superò tutto il silenzio che lo Zitto aveva fatto in vita sua.

Goccia, che, figuriamoci, non c’entrava nulla, si sentì in colpa per quei ricordi che a volte vengono dimenticati e allora si spostò di lato, fuori dal gazebo, solo per prendere l’acqua in faccia mentre cadeva.

Gli sembrò, in quel momento, l’unico gesto che potesse fare per riempire il vuoto che sentiva dentro.

Galleggiare.

I familiari restano ancora attorno al feretro, prima che noi ci muoviamo.

Il marito e la figlia sono vicini, che lo guardano.

Lui sorride.

– Papà… tu ridi – Fa lei.

La tira a sé, le dà sui capelli un bacio posato, poi la guarda forte – Mi tornano a mente solo ricordi belli – Le dice.

E io che sto davanti, non riesco a smettere di stupirmi, da dietro uno sguardo velato, di quanto amore la morte lasci galleggiare.

Viaggio per un addio.

Nell’appartamento c’è odore di caffè silenziosi e mani che stringono; per noi è un preludio.
Entriamo salutando discreti i familiari e ci mettiamo in disparte.
Senza volerlo ascoltiamo parole che compongono un mosaico, pezzo dopo pezzo, fino a metterci in testa un disegno approssimativo di questa vita che è passata.
La figlia del defunto non è ancora arrivata.
Ma sta per farlo, manca davvero poco; era in vacanza all’estero.
– Almeno per il funerale – Ha detto – Mi dovete aspettare.
Lo ripete la madre di continuo, a tutti.
E allora il trasporto ha atteso, è stato spostato per il ritardo di un volo.
Il feretro però, quello lo abbiamo dovuto chiudere due giorni fa, non era più possibile rimandare.
Lo schiamazzo dei presenti annuncia l’arrivo della giovane donna, che entra nella casa e si fa largo con educazione tra le persone che la vogliono salutare, abbraccia la madre, le fa una carezza, poi si ferma sulla porta della camera e fissa la cassa sul letto. In questo frammento di tempo sul suo viso scorrono tutte le espressioni che un volto può offrire, passano intorno ai suoi occhi come passano le ombre che si portano dietro le nuvole.
Si toglie le scarpe, l’una con la punta dell’altra.
Si asciuga una lacrima.
Si sposta leggera fino alla prossimità del letto, si concede un attimo ancora, poi tocca il legno liscio con una mano, lo accarezza piano.
Si siede sul letto, avvolge il feretro con un abbraccio che il legno sembra dissolversi.
– Non ce l’ho fatta nemmeno a dirti addio – Gli dice.
E gli sussurra parole, come solo le figlie ai padri i segreti.
Mentre usciamo dalla stanza per lasciarli soli, lancio un ultimo sguardo e penso che sto vedendo l’addio più dolce che si possa dare.

Il mare.

 

Stamani mi sono alzato coi pensieri.

Ho alcune cose da sistemare nella vita privata che mi sembrano aggrovigliate e insormontabili.

Le scaccio come mosche fastidiose, perché anche oggi c’è un sacco da fare al cimitero.

Mentre attraverso il vialetto del campo vecchio, Andrea mi sorride.

Lo fa ogni volta.

Il mento appoggiato sulle mani, incrociate su un tavolo, testa appena inclinata; ha quello sguardo di chi ha, quanti? Diciannove anni, dice la lapide.

Sono occhi un po’ sbruffoni, di chi la sa lunga, di chi ha appena trovato il coraggio di sfidare il mondo e l’incoscienza di farlo davvero.

Io lo so com’è andata a finire, lo sanno tutti quelli che passano di qua.

Ma quei suoi occhi mi guardano lo stesso.

L’angoscia e la rabbia che provo ogni volta che li incrocio aprono un abisso, da dove mi arriva un’eco, un bisbiglio dal passato che parla di occasioni perdute, di rimpianti.

Avverto un brivido alla base del collo.

Mi soffermo quasi senza volerlo.

Nello sfondo azzurro di quella foto indovino il mare.

Sul lato della sua tomba un’erbaccia è cresciuta troppo, mi accuccio e la strappo.

Da così vicino me ne rendo conto solo adesso: non è il mare quello, mi sbagliavo, sembra più un lago, o un fiume.

Quanto è facile confondersi se si osservano distratti i dettagli: sfuggono quelli, sfugge la realtà.

Questo pensiero dirompe e ne porta con sé una catena di altri.

Mi alzo in piedi sempre fissando Andrea.

L’ultima cosa che mi viene in mente è quel detto di come sia facile affogare in un bicchier d’acqua.

Anche quello si può confondere con il mare se si guarda dalla prospettiva sbagliata.

Adesso i miei problemi galleggiano su una superficie ridotta.

Ho il forte desiderio, il bisogno di illudermi che sia stato lui a farmi pensare, che invece di affogarci dentro, io questo bicchiere me lo voglio bere, come fosse un vino antico.

Lo farò alla tua memoria Andrea.

 

Custode.

 

Passano e lasciano fiori, uno sguardo, una preghiera, un bacio.
A volte sono accompagnati perché da soli non ce la fanno, e chiedono una sedia o la tengono qua, incatenata a una colonna del loggiato, insieme al motivo per cui vengono.
Mi vedono, scuotono una mano, salutano sempre, oppure mi fermano per parlare.
Mi raccontano storie che si sono interrotte, lasciando fili sospesi e sfilacciati come corde strappate.
Le persone non sono come quegli eroi delle storie che hanno il tempo di sistemare tutto, per poi morire in pace.
Queste trame rimangono sparpagliate, lasciando segni rossi dentro a chi resta.
Vengono qua dentro, dove sono rinchiuse le memorie di intere famiglie, ma la memoria non sta qua sotto le mie scarpe rinforzate. La memoria è dentro di loro e viaggia coi loro racconti.
Così voglio illudermi che non mi chiamino custode perché io badi a questi marmi, ma perché tenga dentro di me le storie di queste vite.

Assenza di peso.

Dall’ingresso del palazzo si intravede la porta aperta, al pianerottolo del secondo piano.

Le scale sono larghe, le scenderemo bene. Mentre saliamo controlliamo che non ci siano intralci: togliamo un grosso orcio portaombrelli, una pianta, chiudiamo uno scuretto.

Quando entriamo nell’abitazione il primo di noi chiede permesso, gli altri lo seguono in silenzio.

Il figlio ci stringe la mano, ringrazia prima ancora che facciamo qualcosa.

Ci sarà da aspettare un po’ prima di iniziare la chiusura.

Nel frattempo il cervello assorbe immagini che non si fissano, entrano da sole, come informazioni inutili.

C’è quella calma felpata, quella sensazione di accoglienza fragile, nessuno che fa quello che sarebbe normale fare in una casa.

Passano dieci minuti.

Uno scambio di sguardi con un parente dice che possiamo iniziare.

Chiude il mio collega.

Mentre aspetto mi trovo a fissare una poltrona.

Sembra comoda, ha il poggiatesta; sia quello che la seduta sono leggermente incavati, come se sostenessero un peso ma no, non c’è nessuno.

Cominciano ad avere senso alcune delle immagini di questa casa; si raccolgono tutte insieme dentro la mia testa, cadono come Post-it difettosi.

Sul piccolo tavolino di vetro c’è una rivista aperta alla foto di un lupo sulla neve, sotto, due colonne scritte.

Un telecomando sta sul bracciolo della poltrona comoda. La linea della tenda bianca alla finestra, fa una pensa sopra un pacchetto di rosse morbide, è poggiato storto sulla soglia di marmo, dentro si vede l’accendino.

Un paio di pantofole sta composto sotto il termosifone.

Sul tavolo grande, dentro un vassoio di ceramica, due paia di occhiali, uno aperto, l’altro chiuso. Lì vicino un cellulare coi tasti.

Nel piccolo portacenere trasparente c’è un mozzicone che sovrasta gli altri, sembra si sporga per vedere meglio.

Poi osservo lo sguardo del figlio, quasi assente, fissa qualcosa.

Cerco di intuire la traiettoria.

Finisce su quella poltrona.

Quegli incavi.

Non c’è nessuno sopra, ma sembrano sostenere tutto il peso dell’assenza.

Senso di colpa.

Ho quasi finito di lavare gli attrezzi.

Un rivolo d’acqua sporca e calce mi scorre tra i piedi.

Non penso.

In questi momenti non penso a niente. Devo solo finire e poi andare a casa.

Non ricordo tutti i volti che mi sono passati davanti, non ricordo il suono delle voci: mi faranno eco questa sera insieme ai discorsi, a volte tristi a volte fuori luogo, che ho sentito mentre muravo senza ascoltare veramente.

Mi sorprendono dei passi nell’acqua, alle mie spalle.

Faccio finta di niente, che tanto mi sbrigo: sarà qualche signora che vuol riempire l’annaffiatoio.

Prima di chiudere il rubinetto mi volto per cercare conferma.

È una giovane donna. È quella che ieri ha scelto il loculo insieme alla madre.

Tiene in mano una bottiglia di plastica tagliata a metà.

Mi perdo nell’istante troppo lungo in cui ci fissiamo – Che le dico? – Penso.

Poi è lei che mi parla, ci prova con una voce che non esce. Spinge un braccio in avanti, ma le ricade sconfitto sul fianco. Guarda per terra. Le sue labbra vibrano e la bocca si accartoccia in un origami di emozioni incontrollabili, la testa si piega di lato, mi guarda di nuovo.

Io mi sento ridicolo e inutile. Vorrei metterle una mano sulla spalla ma ho i guanti sporchi e bagnati, se anche li togliessi dovrei lavarmi … e poi non sta bene; rigetto la scena e allargo le braccia costernato; cerco di dimostrarle almeno che capisco.

Com’è difficile arrendersi alle emozioni davanti agli estranei.

Comincia a parlare cercando di controllare la voce.

– Mi sento in colpa – E’ un suono che sembra uscire da un’orchestra stonata.

Si porta una mano davanti alla bocca.

– Sa che me lo dicono tutti? – Le faccio fissando l’acqua che scorre.

– Mmm? – Mi fa lei con la stessa orchestra di prima cercando conferma.

Le goccia una lacrima che pulisce via lesta, quasi a nasconderla. La guancia adesso è umida.

Faccio sì con la testa mentre penso ai miei di sensi di colpa; sono tutti quei fili con cui mi annodo per ritrovare sicurezza, nel riavvolgerli piano.

I suoi occhi adesso zampillano di gocce bimbe che si gonfiano sopra le ciglia, pendono un istante e si tuffano sugli zigomi, i dorsi delle sue piccole mani cercano di asciugarle, in realtà si spargono ovunque.

Chissà se le lasciassimo scorrere, certe lacrime, forse porterebbero via un po’ di quel dolore, come quelle perle di rugiada che le foglie lasciano scivolare intere, finché non si perdono giù.

Ma che ne sanno le piante dei sensi di colpa? Del peso che hanno le nostre lacrime?

La guardo negli occhi per emergere dai miei pensieri e cerco di rassicurare entrambi:

– Io non credo che quando ci sentiamo così – Gesticolo col braccio – Sia per una colpa che abbiamo commesso, forse abbiamo solo paura di non essere stati all’altezza.

Mi fissa.

– Insomma – Mi sto incartando – Non siamo persone cattive se…

– … Se frignamo come bambini – Fa lei tra lacrime e sorrisi.

– Ecco! – Allargo le braccia, mi ha tolto dall’imbarazzo di arrivare a una conclusione.

– Venga – Indico la bottiglia di plastica. Gliela riempio e la porgo di nuovo.

– Grazie – Mi dice alzando il contenitore come se le avessi girato una bevuta – Arrivederci.

Gli attrezzi sono puliti, fa quasi buio e devo avere ancora una gomma alla menta forte nel taschino: la vita è perfetta.

Il tocco.

Ho l’umido nelle ossa stamani.
E pioviggina.
I guanti si sono appiccicati alle mani e cammino senza guardare dove, mentre li tolgo.
All’improvviso mi trovo davanti a una sagoma fragile.
È più bassa di me; i capelli bianchi, raccolti in uno scialle nero tirato su come un cappuccio, si vedono appena.
Gli occhi di marrone limpido mi guardano.
Ha le guance arrossate.
E quelle rughe. Le rughe degli anziani mi ricordano il velluto indossato d’inverno o i solchi dei dischi in vinile raccontano storie, cantano canzoni.
Mi saluta per prima.
– Cosa fa sotto l’acqua! – Mi dice agitandomi la mano contro.
– Io ci devo stare, lei piuttosto…
– Ooh! – Fa spallucce – Ne ho presa tanta nella vita…
Restiamo in silenzio alcuni secondi; sto quasi per salutare quando si avvicina come per confessare un segreto – Lo sa – Si guarda intorno – Mi hanno rubato il lumino!
– La lampadina? Se ne vuole una…
Scuote la testa per dirmi che non ci siamo intesi – Il copri lampada, quel coso di vetro che si mette sopra alla luce – Gesticola con entrambe le mani per descriverlo.
– Ah, la fiamma di vetro.
– Ecco, quella! L’avevo ricomprata per i Morti, e ora… – Allarga le braccia – L’avevo pagata anche cara.
– Venga con me.
Passando dal loggiato coperto entriamo nel magazzino. In un angolo, per terra, ci sono alcuni oggetti di vecchie tombe esumate che lunedì dovremo buttare. Ci sono anche due fiamme di vetro. Una è sbeccata, l’altra sembra buona. La prendo, me la rigiro tra le mani e gliela porgo.
– Provi a vedere se si avvita questa, è un po’ vecchia ma…
– Oh, anche se non si avvita ce l’appoggio sopra, grazie!
Mi fissa
– Quanto le devo?
Sorrido perché è in queste piccole cose che si fa l’Italia o si muore.
– Nulla signora, è roba usata che noi buttiamo.
Lei mi guarda tenendo morbido il sorriso poi, a sorpresa, avvicina una mano e mi carezza una guancia.
– Bellino – Mi fa – Grazie!
Il tocco che ha, il calore che tiene nel palmo, quel complimento… mi viene in mente nonna.
Se ne va salutandomi di spalle.
Senza riuscire a smorzare il sorriso fesso che ho sulla bocca la osservo allontanarsi.
Le gambe e le spalle piegate da chissà quale lavoro, la camminata lenta fatta di piccoli scatti, tentennando piano un passo dopo l’altro.
Penso che la vita può piegarci in ogni modo, ma è la dignità che ci fa andare dritti.

Rituali.

Mi passa da dietro veloce e silenzioso come un folletto, non ci faccio neppure caso, anche se è presto per le visite al cimitero.
Ci scambiamo un buongiorno, meccanico e di circostanza, senza nemmeno guardarci.
Qui ho quasi finito.
Fa freddo.
Quando mi fermo avverto piccoli brividi sul collo. Dice che nevica ma guardo le nuvole che sono grigie e piene: secondo me pioverà.
Ecco, l’allaccio della luce al loculo è pronto.
Ripongo gli arnesi al loro posto nella borsetta di cuoio e torno verso il magazzino.
Lo vedo ancora, è fermo in una delle gallerie davanti a un loculo, ma ho parecchie cose da fare e sono concentrato su quelle.
Cambio un rubinetto in bagno, che sono due settimane che è rotto, butto nel cassonetto due composizioni ormai rinsecchite.
Guardo il campo delle sepolture.
La pioggia dei giorni scorsi ha appesantito il suolo e alcune tombe sono avvallate; metto gli stivali e prendo una pala per riempirle.
Dal centro del campo vedo quasi tutto il cimitero; il folletto passa almeno tre volte prima di farmi incuriosire.
Si muove veloce tra una sosta e l’altra.
È fermo davanti a un altro loculo e con la coda dell’occhio noto un gesto: una preghiera, o un saluto – penso – deve avere più di un familiare qui.
Non faccio rumore e secondo me mica mi ha notato qua in mezzo alle tombe.
Lo vedo di fronte a un altro loculo ancora.
E un altro.
Gesticola.
Sparisce in una delle gallerie, ritorna davanti a un altro marmo, poi un altro ancora.
Mi rendo conto solo adesso che sta ripassando davanti ai loculi che ha già visitato.
Gesticola.
Si passa più volte le mani davanti alla bocca.
Alla stessa maniera, tutte le volte.
Quelli sono tic, piccoli gesti rituali.
Lo so perché da piccolo ne facevo anch’io.
Mi scorge mentre lo fisso.
In quell’istante che si dilata tra il niente e l’imbarazzo mi sorprende la sua espressione esausta.
Si muove adesso in modo diverso, come a confondere le acque, immagina che io sappia.
Mentre si avvicina mi osserva per poi riabbassare lo sguardo, lo fa per alcune volte finché non mi passa vicino.
Sorride.
È un sorriso infantile e amareggiato.
– I morti son tutti uguali – Mi dice mentre passa allargando le braccia.
Se ne va con il suo segreto.
Avverto adesso un brivido che è diverso e sale dalla schiena. Ma non è il freddo.
Mi sento solo in colpa per averlo messo in obbligo di giustificarsi.