San Valentino.

Red rose isolated  on the white background

Oggi è una bella giornata per essere febbraio.
Il quattordici febbraio.

La porta del cimitero è un cancello mezzo arrugginito che si può aprire semplicemente abbassando la maniglia, come quello di casa. Spalanco l’unica anta e la fermo con una pietra.
Questo piccolo camposanto è sempre nel mio cuore.
C’è una tomba molto particolare, ne ho parlato tempo fa, sul blog, e prima di aggiungere qualcosa di nuovo, ripropongo qui sotto.
Tra i marmi colorati, le scritte metalliche dei nomi, i fiori e le immagini sorridenti, risalta una croce di legno sbiadita, infilata in un cumulo di terra spoglia.
Non è soltanto per la sua semplicità che si fa notare, che talvolta è una necessità o una scelta.
È per il suo abbandono.
Ogni volta che capito lì, su quella tomba c’è solo un fiore.
Sempre un fiore.
Alcune signore, assidue frequentatrici, pensano a togliere le erbacce e mi hanno raccontato quel poco che sanno.
Il nome inciso sulla targhetta di alluminio dorato, fissata alla croce, non lo ricorda nessuno. Si dice fosse una donna sola al mondo che era nata in quel paese ma aveva trascorso la vita lontano. Quando fu sepolta l’accompagnava un uomo, un avvocato: il suo tutore.
Non un parente.
Sulla tomba rimase per alcune settimane un mazzo di fiori; le stesse signore lo gettarono perché era ormai rinsecchito.
Qualche giorno dopo sul cumulo di terra spiccava il bianco e verde di una calla. Semplice, recisa e posata lì. Sembra che ogni settimana quella calla venga sostituita da una fresca.
Nessuna delle signore, nessuno di noi ha mai visto anima viva fermarsi a quella tomba. Ma quel fiore viene rinnovato puntualmente da allora, come una promessa.
Nella mia testa prende forma una storia che ha il sapore di altre storie che ho sentito o letto.
Mi immagino una vita di stenti, forse di violenza, forse di costrizione in uno di quei manicomi in cui si finiva anche solo per soffrire di convulsioni. Vesto quella donna col volto di Alda Merini.
La immagino indistruttibile davanti alle avversità, ancorata alla realtà grazie ai sogni.
Immagino una foto in bianco e nero, un primo piano o una figura distesa, appena svestita, irriverente per i suoi tempi. Immagino una sigaretta accesa, fumata solo a metà.
Immagino un amore vissuto al limite, fuori dal tempo, osteggiato da una società meschina. Immagino appuntamenti tra le foglie cadute in un bosco, baci irresistibili, sospiri e paura.
Immagino momenti di solitudine, colmabili solo con ricordi e speranze, immagino abbandoni e prevaricazioni, sottomissioni e indifferenza.
E poi immagino un addio, perché una storia così può solo finire con un addio.
E immagino qualcuno, che ha amato come non si può immaginare, di un amore proibito e folle, che deve rimanere segreto e sconosciuto per sempre; lo immagino cogliere quel fiore che sicuramente lei amava, che di certo questo amore coltiva con le sue mani e lo immagino venire di buio, oppure la mattina presto, quando è certo che non ci sarà nessuno a vederlo.
È una storia a lieto fine, perché ogni volta che il fiore viene cambiato viene rinnovata una promessa, un ricordo e quella tomba diventa per me un monumento alla vita, alla libertà, all’amore.
Nonostante tutto.
Io, lo confesso, stamani sono venuto qua allungando il giro dei cestini, perché volevo vedere quella tomba, perché mi sento complice di questo amore misterioso, quasi il suo custode.
Dentro è deserto ma non entro neppure.
Apro i tre bidoni che stanno all’ingresso, tolgo i sacchi pieni e metto quelli nuovi senza guardare quello che sto facendo, ma fissando altrove, fissando quel cumulo di terra che rabberciamo da anni, ogni volta che piove forte, e mentre lo guardo non riesco a smettere di sorridere.
Sul cumulo c’è una rosa rossa.

Piove.

 

pioggia

Piove.
Piove da giorni.
Il campo del cimitero è inzuppato che sembra una palude. Non importa quanto si provi a pareggiare la terra con la ruspa; quella sembra che si muova, che sia viva, come se crescesse nutrendosi del nostro passato.
E anche oggi che è un tempo da cani, la terra aspetta il nostro tributo.
Stamani c’è un funerale e dobbiamo preparare la buca.
Abbiamo letto il manifesto: il defunto è molto anziano.
So che è assurdo, e anche ingiusto, ma saperlo lenisce la frustrazione che si prova quando arriva la morte.

Il mio collega comincia a scavare, la ruspa affonda venti centimetri nel motriglio, ma lui continua. Cerco di creare con la pala un piccolo canale per far scorrere via l’acqua che si è accumulata intorno ai cingoli.
La benna entra piano, se le pareti franano sarà un problema proseguire.

Ci vuole più di un’ora.
Poggiamo dei tavoloni sul fango per arrivare dal viale fino alla fossa; lavoreremo meglio e le persone potranno avvicinarsi alla tomba.
Se ricomincia a piovere rischiamo di rimandare il seppellimento: c’è il pericolo che la terra smotti.
Il tempo di pulire gli stivali impantanati e sentiamo la voce del sacerdote distorta dal microfono.
Ricomincia a piovere. Tiriamo su il cappuccio.
Sono venuti a piedi nonostante il tempaccio. Gli ombrelli aperti sopra il corteo sembrano un prato fiorito. Ho scoperto che non guardo mai le prime file di persone dietro all’auto funebre, è lì che si condensa il dolore.
A volte però, sono le prime file che ti vengono a cercare.
Il figlio si avvicina, mi mette una mano sulla spalla, sento una pressione lieve e insicura. Cerca di parlare senza farsi interrompere dall’emozione.
– Ce la fate a metterlo a posto, vero?
– Il tempo ha retto finora, e anche la terra. – Dico – Sì, ce la facciamo.
Mi preme la spalla: vuol dire grazie.
Ci avviciniamo alla fossa, mettiamo il feretro sulla passerella di legno. Prima che ci disponiamo ai quattro capi delle funi guardo dentro.
È piena d’acqua.
La pioggia si fa fitta.
Una signora, la figlia, comincia a disperarsi: come si fa a mettere suo padre in quella piscina.
Se lo chiede, lo chiede a chi gli sta vicino, e poi ci guarda e si aspetta che gli rispondiamo.
Come si fa adesso?
Potremmo metterlo nella cappellina del cimitero e aspettare domani ma…
Sono questi i momenti che danno un senso alla sveglia la mattina.
Al figlio scappa un singhiozzo, non mi sfugge.
Guardo il mio collega, la folla ci osserva.
E se fosse parente nostro?
A questo pensiamo.
È LA domanda.
Scambiamo due parole.
Lui risale sulla ruspa, io prendo due sacchi neri, li accartoccio.
Mi avvicino alla benna e tappo i due fori che stanno ai lati.
Lui accende, cala il braccio meccanico e comincia a svuotare la fossa.
Ci vuole del tempo, l’escavatore si muove a scatti e parte del liquido ricade dentro; una fetta di parete ricade dentro e schizzi di mota si appiccicano ai nostri vestiti, qualcuno sul viso.
ma alla fine la buca è vuota.
Ci sbrighiamo a calare la cassa.
Proviamo a spalare a mano quel tanto che serve a coprire il legno ma la terra sembra liquida.
Allora il mio collega riaccende la ruspa e comincia a chiudere.
I familiari ringraziano, sono sollevati, adesso la tensione si stempera.
Parlano tra di loro, di quanto fosse orribile mettere la cassa dentro mezzo metro d’acqua motosa.

L’acqua continuerà a filtrare una volta chiusa la buca, anche se non la vedranno.

Facciamo il cumulo e mettiamo sopra la croce e i fiori.
I familiari ci ringraziano, lo fanno i figli, la moglie e i nipoti.
– Grazie! – Ci dicono. – Grazie!
Sono quelle cinque lettere a darci un senso, anche oggi.

L’urlo silenzioso.

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L’anziana signora riposa nel feretro. Ha pelle di bambola e un trucco leggero che le dà un’espressione serena; come si dice in questi casi, sembra che dorma.

Indossa un tailleur nero e un foulard rosa.

Una mano carezza i capelli pettinati, una bocca singhiozza, alcune braccia si intrecciano cercando conforto.

Un mazzo di fiori si posa sul velo trasparente che copre le gambe spostandolo appena.

Non riesco a mettere a fuoco tutto insieme, e ricordare quel momento è un mosaico di dettagli distanti tra loro.

L’immobilità della morte stride con la vita come un’unghia passata sulla pietra.

Quella scena è surreale ma ormai mi è familiare.

Noi quattro stiamo composti ed eleganti, in disparte, in attesa di entrare in scena.

In quel momento ci faranno spazio affidandoci la loro cara.

Prima che ciò accada entra il marito.

È molto anziano ma come potevano impedirgli di dare l’ultimo saluto alla sua amata?

Siede su una carrozzina spinta da qualcuno.

Lui è immobile, ad eccezione di un braccio e del volto.

Li guardo.

Penso a quanta storia hanno visto insieme, a quanto ne hanno scritta con la punta fine con cui la scrivono le persone comuni, penso che forse sono stati lontani durante la guerra, forse si sono creduti morti finché gli occhi di uno non hanno visto l’altra; quegli stessi occhi increduli che si guardavano alla nascita dei figli.

L’anziano appoggia la mano buona sulla sponda del feretro, trema, lo afferra come se volesse frantumarlo. Si tira avanti, tanto che l’uomo dietro di lui lo sorregge per le spalle. Il marito nemmeno si volta per quella presa, continua nella sua disperazione.

Dalla sua posizione riesce a vedere appena il volto della donna.

La mano si serra, col pugno sbatte sul bordo di legno, alza gli occhi al cielo. Le lacrime escono a gocce dense, nette, divise l’una dall’altra, cadono sullo zigomo sporgente e poi si disperdono tra le rughe delle guance.

Apre la bocca come se volesse urlare ma lui non ha voce e quell’urlo rimane spento, silenzioso e la sua mano sbatte sul bordo ancora più forte, come se quel rumore potesse sostituire l’altro.

Una mano lo carezza sul volto e lui cambia espressione, come se fosse tornato adesso nella stanza dopo aver fatto un viaggio lungo una vita.

Mi passa vicino, mi guarda e con la mano buona prende la mia, la stringe appena e mi fissa finché può.

Adesso sì, ce l’ha affidata.

Confusione

Escher

L’altro giorno stavo tagliando l’erba in un cimitero, avevo il decespugliatore acceso.

Mi sono voltato e ho notato un’anziana signora che si sbracciava per attirare la mia attenzione.

Dopo venti minuti che usi il frullino – come chiamiamo dalle nostre parti questo aggeggio col filo che ruota – non puoi sentire una voce che ti chiama, puoi solo immaginarti che qualcuno nel frattempo è arrivato per chiedere qualcosa.

Spengo l’arnese e mi avvicino. Sembro un maniscalco: guanti, un lungo grembiule marrone, cuffie, caschetto e visiera protettivi.

– Buongiorno signora, mi dica.

La signora muove l’indice della mano mentre mi chiede se conosco dov’è la tomba di…

Non finisce il discorso.

Si tocca le labbra preoccupata, poi continua a muovere l’indice:

– Volevo sapere… – si prende piccole pause tra le parole – Sa, la tomba per terra…

La fisso. L’espressione degli occhi è così diversa dal resto del viso che sembra le abbiano appiccicato quelli di un’altra. Conosco quello sguardo mesto e distante.

Adesso tentenna sconsolata la testa, si agita:

– Come posso farle capire…

– Stia tranquilla signora. Ha un familiare qui sepolto?

– Ecco, bravo: mio marito… Per terra.

– Ricorda qual è la tomba?

Resta silenziosa e si guarda attorno. Allora continuo:

– Come si chiamava?

Tra le pause mi dice un nome e un cognome.

– Venga, mi segua che il cimitero è piccolo – Comincio a togliermi la bardatura che indosso –  leggiamo insieme i nomi sulle lapidi.

Mentre cammino lei mi prende a braccetto.

Sembra una bambina.

Le leggo i nomi ad alta voce mentre indico le foto, ad un certo punto mi strattona.

– Eccolo, è quello lì – Mi guarda riconoscente – Grazie, grazie! Adesso gli dico una preghiera.

Si mette compita a fissare la lapide.

Mentre aspetto che finisca metto a posto alcuni vasi spostati dal vento nei giorni scorsi, do una pulita per terra e sistemo i contenitori per annaffiare.

Adesso si guarda di nuovo attorno smarrita. Mi avvicino e le chiedo se è qui da sola, se sa come tornare a casa.

Lei sorride e fa di no col capo. Tira fuori un cellulare dalla borsetta.

– Siccome ogni tanto mi perdo, allora mio figlio mi ha dato un telefono, ma non lo so usare.

– Se vuole lo chiamo io.

Nella rubrica ci sono due soli numeri registrati: uno è registrato come “Il mio numero”, l’altro dev’essere il figlio.

Dice che arriva subito, si scusa un’infinità di volte e si dispera che sia successo di nuovo.

Quando arriva, lei lo saluta in maniera infantile con entrambe le mani.

– Mi scusi ancora – dice lui –  spero che non le abbia dato disturbo.

Non ho fatto niente di diverso da quello per cui mi pagano.

L’ultima cosa che sento mentre se ne vanno la dice la signora: – Sai, ho fatto visita al babbo.

Lui mi guarda complice. Anch’io lo avevo capito ma la conferma mi fa tenerezza e rabbia: il nome che abbiamo cercato non era su nessuna delle lapidi nel cimitero.

Quella non era la tomba del marito.

Lei è stata felice. Mi sento come uno che ha appena salvato il mondo… ma figuriamoci, per così poco!

O forse… forse il mondo l’ho salvato davvero.

Forse il mondo non ha bisogno di essere salvato tutto insieme ma un pezzetto alla volta e oggi ho trovato il mio, di pezzetto.

Crepare

 

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Verbo crepare.

Siamo abituati a usarlo per definire brutalmente: morire.

Oggi stavo spazzando il vialetto di un cimitero.

Sono stanco.

In una settimana ci sono stati parecchi funerali.

Un anziano con la schiena piegata mi passa vicino, fa forza sul bastone per mettersi dritto, mi fissa per qualche istante, senza espressione, come distratto da un pensiero antico. Poi mi dice:

– Qui si crepa, si crepa e basta!

E prosegue.

Crepare vuol dire fare le crepe.

Fa le crepe la terra sotto al sole, il ventre di mia madre, il castagnaccio in forno.

Crepa il volto sotto le rughe, una relazione, l’asfalto, le case.

Crepano le faglie, le foglie, i tronchi e le conchiglie.

Crepa persino il lupo.

La cosa bella delle crepe è che ciò che è crepato non si è ancora demolito.

E quindi può essere riparato.

Mi viene in mente che finché c’è crepa, c’è speranza.

Una signora mi guarda strano quando si accorge che ho un sorriso scemo mentre spazzo.

Con questa tramontana mi si sono pure crepate le labbra.

Semplici domande

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Servizio da portantino.

Arriviamo puntuali alla chiesa, portiamo dentro il feretro e lo posiamo piano sul carrello d’acciaio. Prendiamo i fiori e li sistemiamo intorno alla cassa.

Il cuore fatto con le rose bianche lo mettiamo sul coperchio, appena sopra alla composizione principale.

Chiudiamo il grande portone di legno e ci sciogliamo: prima di quaranta minuti la funzione non sarà finita.

Dopo un caffè torniamo nella piazza della chiesa e aspettiamo in piedi, abbastanza lontani dal nugolo di persone che è rimasto fuori.

– Ciao.

Mi volto di scatto per ricambiare il saluto e capire da chi viene. È un ragazzo del posto che è sempre presente ai funerali. Ha un problema cognitivo che lo fa sembrare un bimbo delle elementari.

Mi sento sempre in imbarazzo in questi casi. So perché: ho paura di non essere all’altezza, dire qualcosa di sbagliato. Di solito sono loro che mi mettono a mio agio.

– Oh, ciao – Risposta rigida: non sono naturale.

– Quando finisce la messa?

– Eh, di solito ci vuole quasi un’ora – Mi scopro a spolverarmi la giacca per distogliere lo sguardo.

– E dopo?

– Lo portiamo al cimitero – Adesso mi strofino un orecchio.

– Quello di paese?

– Sì – Comincio a sentirmi più rilassato, le risposte scorrono fluide.

– Quando è morto?

– Due notti fa.

– Dove va?

– Eh… come ti dicevo, proprio qua, al cimitero di paese.

– Ma dove va? – I suoi occhi sono piantati nei miei; sembra il gioco dei perché.

– Nel settore nuovo, a terra – Circoscrivo il campo delle risposte.

– Ma poi dove va?

– Dopo almeno dieci anni lo tolgono, e solo allora deciderà la famiglia.

Mi fissa. C’è qualcosa che mi sfugge.

– Non ho capito… dove va?

– Deve stare per tanto tempo a terra e poi vedremo. Non posso saperlo adesso – Sono di nuovo in imbarazzo.

– Anche mio padre è morto, però tanti anni fa – Continua a guardarmi come se quello che ha appena detto non gli procurasse nessuna emozione. In realtà è concentrato su quello che dico.

– Oh, mi spiace tanto.

– Ma il mio papà dov’è andato?

– Non so… ricordi se era nella cassa di legno soltanto, oppure c’era lo zinco?

– Cosa?

Lo guardo negli occhi. Sono puntati sui miei e non lasciano scampo; sono occhi di bambino e io gli sto facendo delle domande tecniche: mi sento un idiota.

– Lo hanno messo per terra oppure è nel muro?

– Io volevo sapere dov’è andato.

– Vorrei risponderti, credimi, ma devo sapere se è per ter…

– Io voglio sapere se è andato in paradiso.

Aspettava da me la  risposta alla domanda che l’uomo si fa da quando esiste, e l’avrebbe presa per buona.

A volte in termini dispregiativi queste persone vengono chiamate ritardate.

I ritardati siamo noi, che perdiamo di vista le cose più naturali; ci sentiamo sempre sotto esame, non riusciamo più a scendere dalla nostra supponenza e riconoscere un puro, da un curioso.

Siamo in ritardo sulla semplicità e forse non siamo più in tempo a sincronizzarci di nuovo.

Cipressi

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I cipressi intorno ai cimiteri sono testimoni d’immobilità.

Sfilano per strade che non portano in nessun posto, alfieri delle nostre memorie.

Sono le dita degli déi e tengono separate la carne dalle nostre illusioni che rimangono a galleggiare insieme al rimpianto, come la nebbia del mattino, pronte per trovare un nuovo alloggio.

L’illusione più grande è quella che trova subito dove attecchire le sue radici, da qualche parte, nel luogo più riposto del corpo di chi resta, dove risiede la speranza che germoglia nella negazione della fine.

Ogni volta che guardo un cimitero è un incontro.

Quante ossa la Terra ha ripreso indietro?

Ci sforziamo di viaggiare, con il corpo e con la mente ma rimaniamo sempre qua. E ci rimarremo per sempre finché non saremo qualcos’altro.

Quante ossa sono sparse sotto i nostri passi?

La Terra gronda dei morti del passato e sembra non esserne mai piena.

Eppure è la stessa Terra, placenta dei vivi, rigoglioso alveare dove trascorrere il tempo che passa tra l’andata e il ritorno.

Eppure è la stessa Terra che dona la vita a pretendere il tributo del nostro involucro vuoto.

Piccola grande donna

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La fossa è pronta.

L’escavatore è spento a ridosso del cumulo, i giunti idraulici fanno ancora rumore e sembra una bestia che aspetta la preda.

Il protagonista della nostra giornata è un giovane uomo: i verbi della sua vita resteranno coniugati al passato.

Quello che sappiamo delle persone che arrivano, lo leggiamo sui manifesti funebri appesi in città. Quando varcano l’ingresso del cimitero è sempre una sorpresa.

Di solito fissiamo il feretro, per non incrociare gli sguardi dei familiari. Il loro dolore lo possiamo già ascoltare, così preferiamo non doverlo anche leggere.

Ma quando nella prima fila c’è qualcuno che non supera il metro e mezzo, nasce una sorta d’istinto innato che ti obbliga a partecipare, a essere coinvolto, specialmente se il defunto è così giovane.

La bimba non può avere più di sette anni e cammina incredula, occhioni spalancati, guardando per terra. Una mano sta in quella della madre, l’altra stringe qualcosa.

Caliamo la cassa e aspettiamo che il parroco faccia il suo mestiere.

La gente parla; tra i discorsi ne filtra uno:

– Poverina, è così piccina che non sa nemmeno cos’è la morte.

Poi tocca a noi.

Ci avviciniamo alle due estremità del cumulo di terra, dove abbiamo infilato le pale: – Possiamo procedere? – Chiediamo.

La bimba alza la testa a guardare la madre; le scuote la mano e lei sembra tornare: – Aspettate, per favore. La bambina voleva mettere una cosa sopra…

Sempre per la mano si avvicinano tutt’e due.

La piccola lancia qualcosa che cade laggiù, sopra al tappo.

Guardo.

Il mondo si dissolve e vedo soltanto quel piccolo oggetto caduto sulla bara.

E’ di Pyssla.

Le usa anche mia figlia.

Sono quei piccoli cilindretti colorati, usati per costruire immagini o parole, sopra piccole basi; vanno coperte con carta da forno e stirate. I cilindri diventano morbidi e si schiacciano quel tanto che basta per rimanere tutti attaccati insieme.

Come gli affetti.

Quei cilindretti sono un messaggio scritto.

Da sopra si legge alla rovescia.

“ENEB OILGOV IT”.

Mi si piegano le ginocchia quando penso che l’importante è che si legga di sotto.

“TI VOGLIO BENE”.

Forse i bambini non comprendono la morte, ma sanno interpretarla benissimo.

Casa di riposo

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Siamo gli unici così eleganti.

Anzi no, c’è un signore che va in giro, senza meta. Sembra uscito da un libro dell’800 vittoriano.

Il personale ci vede passare e sorride, mentre gli anziani guardano cupi per poi tornare alle loro attività; qualcuno ci chiede se andiamo a un matrimonio e ride, cinico.

Passiamo velocemente dalla grande porta del refettorio, per non turbare la loro giornata.

Arriva una zaffata di pipì e disinfettante.

La direttrice ha già tutti i documenti: possiamo procedere alla chiusura del feretro.

Saliamo le scale ricoperte di moquette rossa, fissata a terra da piccoli tubicini dorati. Qualcuno manca e il tessuto si è sollevato. Picchio sulla spalla del collega che mi sta davanti, glielo indico con un gesto del mento. Lui capisce.

Quando scendiamo, dovremo stare attenti a non inciampare.

La piccola stanza adibita a commiato è completamente bianca: ha un crocifisso di metallo invecchiato, o vecchio per davvero, una fila di sedie azzurre e un tavolino bianco.

Ci appoggio la valigetta.

L’impresario parla coi familiari: ci aspetteranno in chiesa.

Appena se ne vanno si avvicina uno degli ospiti e si guarda attorno come se fosse in incognito.

Entrando si prende due lembi della camicia, ci guarda e affranto li tira, come a scusarsi per non essere abbastanza elegante.

Allunga un braccio indicando la cassa.

– Sono il suo migliore amico – Ci dice – Non posso venire al funerale.

La parola si conclude soffocata da un singhiozzo.

Ci guarda languido – Lui capirà: a me in chiesa mi ci hanno visto solo per il battesimo.

Dice che da quando si sono conosciuti, lì dentro, si sono fatti forza, che erano due campioni di briscola e che insieme sono riusciti a trascorrere delle giornate quasi normali.

Lo indica di nuovo.

– Due anni fa mi aveva anche invitato a casa sua per Natale, il figlio aveva accettato ma… – Ride e piange insieme, prende un fazzoletto e si asciuga – Gli ho pisciato sulla sedia, e allora per Pasqua dovette inventarsi una scusa… ma io lo capisco.

Controlla che non arrivi nessuno dal corridoio, prende un mazzo di carte dai pantaloni e lo mette nella cassa.

– Non lo dite all’inserviente, che sennò si arrabbia: qui i mazzi sono contati.

Gli facciamo un gesto di complicità, lui ricambia con una strizzata d’occhio che gli piega il viso fino al collo e se ne va sorridente.

Chiudiamo e portiamo fuori il feretro.

Ritroviamo il migliore amico appena fuori dall’uscio; mette la mano sul legno come se fosse la spalla del compare.

– Eh, adesso soltanto i solitari mi toccherà fare, qui non ci capisce niente nessuno di carte –

Ci guarda.

– Io in chiesa non c’entro neanche morto: lui capirà.

Non ammette neppure a sé stesso che non potrebbe portarcelo nessuno in chiesa, senza permesso.

Se ne va e sorridendo, mastica tra i baffi una bestemmia.

Il giardino segreto

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Ci sono posti segreti, nascosti alle intenzioni anziché agli occhi.

Ce n’è uno in ogni comune.

Lo puoi trovare accanto al cimitero, coperto di ulivi, di prati all’inglese, o di viti, che vecchi contadini si ostinano a coltivare anche se quella terra non gli appartiene più.

Può essere anche altrove, vicino a un ruscello, coperto da macchie di bosco selvaggio e funghi, oppure rivelarsi arido e roccioso se la terra di quel posto è poca e avara.

Vedrai caprioli saltarci nella stagione degli amori, oppure piccole lepri allontanarsi dall’odore di una volpe o dal fucile di un bracconiere.

Possono variare in grandezza e dimensione e puoi passeggiarci sopra con lo spirito leggero e spensierato, o preso dal tumulto di una passione.

Non troverai nessuna mappa a indicarli e rari sono i carteggi che ne parlano.

Non metterti alla loro ricerca, sarebbe ardua.

Oggi ne ho visto uno e l’ho fissato per interminabili istanti, preso dall’inquietudine del mistero della vita. Dall’ossessione che in ogni luogo c’è questo mostro che dorme.

E il risveglio è delirio.

Perché i paesi che scoprono questi luoghi sono colti da sventura.

Mi piace chiamarli giardini segreti.

I comuni devono catalogarli con altro nome: spazi adibiti a sepoltura per calamità naturali.