L’offerta.

Seguono tutti l’omelia del prete.

Qualcuno col capo basso è illuminato dallo schermo di un cellulare che non riesce a nascondere. Un paio di persone bisbigliano troppo forte dal fondo della chiesa e una signora si volta continuamente per rimproverli con occhiacci severi ma i bisbigli proseguono.

Mi vede e scuote la testa rassegnata.

Anche un mio collega l’ha notata; schiocca le dita per attirare l’attenzione dei disturbatori che s’interrompono per fissarlo; lui palleggia in aria con una mano per fargli abbassare il tono e i due si mettono buoni ad ascoltare la messa.

Non finirà prima di una ventina di minuti.

Senza accorgermene vengo rapito dagli affreschi della navata laterale.

Cammino col capo all’insù tra i colori cupi di un paradiso irraggiungibile, anche da questa distanza.

Gli angeli tristi sembrano voler aiutare la gente che sta sotto, in una festa di braccia alzate e mani che non riescono a toccarsi.

Non capisco da qui quanto la cupola vada in altezza e quanto invece faccia la prospettiva.

Mi riporta a terra una voce sussurrata e ondeggiante:

– Mi scusi…

Voltarmi all’improvviso verso il basso mi fa provare una specie di vertigine, confonde la mia vista posata sulla figura piccola e magra che mi ha chiamato piano, sembra che vibri.

Nell’attimo che la fisso capisco.

Non è la vertigine: trema davvero, di un fremito familiare che mi trascina davanti agli occhi l’immagine di mia nonna materna e una di quelle parole che impariamo a conoscere bene solo quando ti toccano da vicino, piene di K o Z e altre lettere dal sapore esotico che fanno tanto male quando stanno addosso a chi ami.

Trema il suo sorriso imbarazzato, trema la testa piccola e bianca, trema la gamba, trema il piede; il fragile braccio che adesso mi tiene trasmette una sorta di tentennio ipnotico.

Le si vedono i tendini e le vene, tese come le corde di un’arpa.

Con l’altra mano stringe lieve una moneta da cinquanta centesimi che sposta per mostrarmi qualcosa:

– Me l’accende una lampadina? – ondeggia di nuovo la voce senza controllo – Io non riesco.

Di fianco alle panche, dritto a dove ha messo il piccolo indice c’è un profeta che ci fissa severo, sotto si schiaccia un piccolo altarino, illuminato da quelle lampade che si accendono con un’offerta.

Faccio sì, prendo la moneta e la inserisco nella fessura orizzontale.

Cade forte sul ferro e quasi mi vergogno per il rumore che ho fatto.

La guardo, disegna un grazie muto con le labbra.

Si rimette dritta sulla panca, tira su il velo che teneva calato sul collo e il suo volto sparisce dietro una preghiera.

Mentre torno indietro fisso quell’organza punteggiata di merletti: sembra vela, mossa da un vento leggero.

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