Per un soffio.

È strano che una ragazza così giovane passi tante ore al cimitero.
Stendo i sassetti col rastrello da due ore, con gli occhi stanchi puntati per terra mi sembra di fissare quei vecchi televisori in bianco e nero, quando perdevano il segnale e mio nonno gridava: Sono Loro!
Mi fermo un attimo.
Alzo la testa e la vedo.
Ancora.
È ferma davanti a una tomba in porfido. Dev’essere di sua nonna che mi pare sia arrivata qui non più di un mese fa.
Lei sarà poco più grande di mia figlia, il pomeriggio a volte è con una signora.
Più spesso da sola.
Come oggi.
Ha le mani giunte, un fare compito.
Ad un tratto toglie qualcosa dalla borsetta, sembra un barattolo, da qui pare vuoto.
Lo culla qualche minuto poi lo apre.
Adesso lo vedo trasparire controsole: è un fiore di tarassaco.
Se lo porta alla bocca, alza la testa, tira indietro le spalle: inspira, m’immagino.
Ad un tratto il fiore esplode con l’apertura di una fucilata, la forza di un bacio tirato.
Ecco – mi dico – Doveva solo trovare il modo di dirle addio.

Il bastone della vecchiaia.

Devo sostituire dieci lampade votive.
Sul foglio che ho in mano ci sono stampati i nomi dei defunti e le indicazioni.
All’inizio non lo vedo, intento a leggere come sono, poi con la coda dell’occhio noto muoversi qualcosa: è un anziano che armeggia, inginocchiato di spalle al lato di una tomba.
Al secondo sguardo capisco che non sta facendo delle comuni operazioni come mettere fiori o annaffiarli.
Vicino a lui ci sono due secchi di terra riempiti per metà, un sacco con dentro dei sassi bianchi e alcuni utensili.
Mi avvicino e lo saluto.
– Oh, buongiorno custode! – mi fa.
– Ha bisogno?
– Non mi dia del lei – mi prega crucciato – Qui è un po’ casa, lasciamo stare le formalità.
– Va bene, però vale per entrambi.
– Certo, eh! – Ride di gusto.
Continua a smanacciare con un arnese da giardinaggio mentre pressa la terra all’interno del recinto di marmo; sulla lapide gli sorride la foto di una signora mora. Solo ora mi accorgo che deve esserci stato un cedimento nel terreno.
– Posso darle una mano? – Mi accuccio.
– Posso darti – mi guarda sornione – Si era detto il tu!
Tentenno il capo: – Ha rag… Hai ragione, devo prendere confidenza, non è facile, ho questa educazione classica che…
– L’importante è avercela l’educazione – m’interrompe – Mi dai del tu, non mi mandi mica a cagare!
Rido, il sorriso mi si stampa sulle labbra, divampa sulle guance, mi fa stringere gli occhi, non riesco a tornare serio. Lui prosegue allegro:
– Ridi eh? Scommetto che ora ti viene più facile darmelo il tu!
– Porca miseria – mi rimetto in piedi – Sai che hai ragione?
Fa un gesto d’assenso mentre prende un secchio e lo rovescia tra le fasce di marmo.
Ci riprovo:
– Allora, posso darti una mano? – ci fissiamo – … Lo faccio per cortesia, non per soldi.
– Guarda – Indica fuori del cancello – Ho impiegato mezz’ora a portare la roba dalla Panda fin qua: vuoi mettere la soddisfazione di fare le cose da solo, a quest’età?
Seguo i suoi gesti, poi lo incalzo per l’ultima volta:
– Io insisterei, ma non vorrei che poi fossi tu a mandarmi a quel paese.
– Ma te non c’hai da fare? Siete sempre di corsa!
Un po’, lo confesso, rimango male del tono, poi lui mi punta un dito e comincia a ridere:
– Ah ah, che faccia!
Drizza la schiena restando in ginocchio, si pulisce le mani sui pantaloni, dilunga il collo poi torna a guardarmi:
– Ho ottantadue anni. Molti miei coetanei che sono rimasti vedovi si lasciano andare, non sono capaci di fare una vita decente senza la moglie: o si affidano ai familiari o per loro è finita.
Lo guardo mentre stiamo in silenzio; è lui che lo rompe.
– Lei – Indica col mento la foto della donna e continua a fissarla mentre parla – Mi ha sempre fatto tutto. Eravamo una famiglia vecchia maniera: io operaio, lei casalinga. Dopo la pensione abbiamo iniziato a occuparci della casa insieme. Mi ha insegnato un nuovo lavoro: mi ha salvato la vita –
non lo so se ha gli occhi lucidi oppure è il sudore – Lo devo a lei, lo devo a me stesso – si volta – Capisci?
Faccio sì con la testa, lo faccio con la voce, lo faccio con le mani: è un sì totale di rispetto e di sorpresa. Ora so che se insisto nel volerlo aiutare l’offendo per davvero.
– Mi ha convinto, però se dovesse…
– Mi ha ridato del lei… – mi fa un ammicco – Vuol mantenere le distanze?
– Accidenti: non è che ti posso adottare come nonno, vero?
– Nooo, poi mi tocca farti il regalo per Natale!
Ci facciamo l’ultima risata poi lo saluto.
Dopo un quarto d’ora ripasso nei paraggi per mettere le ultime lampadine.
Sento urlare:
– Oh giovane!
Mi volto di scatto. L’anziano è sempre in ginocchio alla tomba, gesticola verso di me.
– Dimmi!
– Dai retta, vieni qua.
Mi avvicino, mi aspetto una delle sue battute.
– Senti un po’, prima ho fatto il gradasso, ma mi è rimasto il bastone sul tetto della Panda e se non mi aiuti ad alzarmi domani ti tocca scavarmi la fossa.

Dissolvenza.

Questo è il 50° post del mio diario e volevo raccontarlo in maniera totalmente diversa dal solito.
Ho deciso di omaggiare un linguaggio che amo tanto: il fumetto.
Non è esattamente una sceneggiatura, è un gioco di carte mescolate.

Titolo: Dissolvenza.

Tavola 1.
Vignetta 1/4.
Campo lungo, inquadratura dall’alto in prospettiva.
Esterno giorno.
Siamo all’interno del campo di un cimitero.
Una piccola folla sta in piedi sulla terra arida; il gruppo scorre dal basso fino al centro della vignetta dove c’è la fossa. Qui, più vicini degli altri ci sono due persone: il figlio tiene la moglie del defunto per le spalle lei ha in mano dei fiori; il feretro è all’interno della buca ancora scoperto. Dall’altro lato c’è il cumulo di terra, si intravede l’escavatore; io sto sulla destra, indosso il mio cappellino con la tesa, sono in piedi e tengo dal manico la pala che poggia a terra. Dietro a me un muretto di mattoni dov’è posata una croce di legno.
Sul lato sinistro si notano allineati altri cumuli di terra, ognuno con inseriti la propria croce e alcuni vasi di fiori.

Vignetta 5/6.
Controcampo.
Inquadratura dal basso.
Il punto di vista è adesso dall’interno della fossa. Vediamo soltanto il giovane e la donna, non hanno cambiato posizione, uno tiene per le spalle l’altra, questa getta i fiori verso il lettore.

Tavola 2.
Vignetta 1.
Mezzo busto della moglie del defunto; ha gli occhi chiusi, la testa inclinata verso il giovane che la tiene, escono lacrime dai suoi occhi.

Vignetta 2.
Piano americano di me stesso. Con una mano tengo ancora la pala, con l’altra la tesa del cappellino.
Io: Scusate…

Vignetta 3.
Controcampo.
Piano americano della moglie sempre tenuta dal figlio; lei sembra riaversi per un attimo dallo sconforto, alza la testa e mi fissa.

Vignetta 4.
Sono inquadrato a mezzo busto, tengo ancora la mano sulla tesa del cappello.
Io: Posso procedere?

Vignetta 5.
Primo piano della moglie che osserva con sconcerto in direzione della fossa.

Vignetta 6.
Mezzo busto del figlio e della moglie che guarda adesso verso di me. Tentenna la testa in segno di assenso.

Tavola 3.
Vignetta 1/2.
Campo corto.
Inquadratura dal basso.
Io in figura intera sono intento a spalare la terra del cumulo nella fossa.

Vignetta 3/4.
Campo lungo.
Inquadratura dall’alto a volo d’uccello.
Dal lato delle signore la folla è diminuita, quelli che restano stanno salutando la moglie e suo figlio.
Io continuo a spalare terra sulla cassa, che non si vede quasi più.

Vignetta 5.
Piano americano della moglie che guarda in direzione del muretto.

Vignetta 6.
Primo piano della parte superiore della croce. In corrispondenza dell’incrocio delle due piccole assi una cornice di legno accoglie la foto di un uomo sui cinquanta: vediamo il suo mezzo busto, vestito elegante, sorride da sotto i baffi neri.

Tavola 4.
Vignetta 1/2.
Sulla parte sinistra della vignetta vediamo una porzione della croce; al centro la foto che vi è fissata va in dissolvenza per diventare, nell’altra metà della vignetta, l’immagine reale dell’uomo, nel momento e nel luogo in cui la foto fu scattata: una stanza da pranzo, lui seduto a un tavolo imbandito.

Vignetta 3 (stretta).
L’uomo nella stessa posizione della foto è illuminato da un flash.
Rumore: Click

Vignetta 4 (larga).
Controcampo.
Sono inquadrati figlio e moglie.
Lui tiene in mano una macchina fotografica, lei è vestita elegante. Il figlio le si rivolge
Figlio: Vai mamma, adesso una con te.

Vignetta 5.
Inquadratura della macchina fotografica con moglie e marito che si danno un bacio.
Rumore: Click.

Vignetta 6.
Mezzo busto dell’uomo. Si rivolge al figlio che non vediamo inquadrato.
Uomo: Facciamone una tutti insieme.
Figlio (con voce fuori campo): Eh no, è il vostro anniversario. E poi…

Tavola 5.
Vignetta 1/2.
L’immagine in dissolvenza della tavola precedente adesso è al contrario: torniamo al cimitero; sulla sinistra il momento dello scatto della foto, sulla destra la croce.
Didascalia: … c’è sempre tempo.

Vignetta 3 (stretta).
Mezzo busto della moglie. Un rumore la fa tornare alla realtà.
Rumore: Vromm

Vignetta 4 (larga)
Campo corto.
Sono seduto sull’escavatore che adesso è acceso. Una fumata nera sbuffa dal basso.
Rumore: Vromm

Vignetta 5/6
Campo lungo.
Inquadratura dall’alto in prospettiva.
Io sto finendo di riempire la fossa con l’escavatore.
A distanza di sicurezza ci sono la moglie e figlio, adesso soli, sono abbracciati.
Didascalia: C’è sempre tempo…
Fine.

 

 

Quello che resta…

Il funerale è in ritardo, dicono che ci sia un sacco di gente.
Aspetto in silenzio all’ombra delle piante.
Una signora anziana mi gira intorno; bionda, molto magra, leggermente truccata, vestita di un nero elegante: dà l’impressione che non sia abituata ad agghindarsi e ciò rende il suo momento ancora più solenne.
Sta curva sulle spalle come sostenesse un peso.
Si avvicina abbozzando un sorriso.
– Fa caldo oggi… – rompe il ghiaccio – Questo Caronte è micidiale!
Il primo contatto si esaurisce con qualche frase di circostanza. Torna lontana, poi si avvicina di nuovo. Deve avere una voglia matta di sfogarsi.
– Sono venuta in auto, non me la sono sentita di seguire il corteo a piedi sotto un sole così.
Si sente in colpa.
– Il corteo è una formalità, si partecipa da qui – mi colpisco al petto – Si coprono tutte le distanze – Sorridiamo, ho l’impressione che i muscoli del suo volto si sciolgano.
Sembra sollevata.
– Era una maestra – dice – …Una collega.
– Ci sarà il paese intero – immagino a voce alta.
Trovato il contatto la confidenza entra a gamba tesa.
– Non so darmi pace – scuote la testa e tiene le braccia al grembo come cullasse il suo dolore – Che donna, che cervello: sapesse quanti libri leggeva!
Mi scopro a toccarmi la barba, lo faccio quando sono nervoso.
Lei continua.
– Ha insegnato a intere generazioni: forse anche a lei.
– Vengo da fuori, però capisco quanto siano forti queste figure in una piccola comunità.
– Sa – porta le dita davanti alla bocca – non riesco a darmi pace che tutto quello che lei era, sia andato perduto così!
Si accorge che la fisso.
– Non mi fraintenda – si scusa porgendo la mano tesa – non voglio dire che ci siano perdite accettabili, ma…
Rimaniamo zitti per un bel po’, sono io a interrompere il silenzio:
– Sembra che siamo destinati a ripartire sempre da zero – la guardo – Ecco perché il vostro lavoro è così importante, distribuite la vostra eredità a interi paesi.
Mi fa un sorriso che mi mette in pace col mondo, noto i bordi del rossetto che sono imperfetti, le sue spalle sembrano ora quasi dritte.
Si volta.
– C’è l’ombra adesso, quasi quasi seguo l’ultimo tratto.
Ci salutiamo che sembra un addio.

 

La Fondazione.

Ho preparato tutto per la muratura del loculo, aspetto solo che arrivi il corteo funebre.

Sento la voce del sacerdote: si stanno avvicinando.

Mi affaccio dal cancello del cimitero e dopo poco spunta per primo il sacrestano con in mano la lunga croce dorata, lui non se ne accorge ma la piega a seconda di come curva la strada, come fosse una freccia direzionale; poi il corteo delle signore divise in due file, il prete è sul carro.

Dal finestrino l’autista mi passa i documenti e il cartello provvisorio col nome del defunto: leggo che ha da poco passato il mezzo secolo.

Gli faccio cenno dove fermarsi.

Passano dieci minuti.

Adesso la cassa è nel loculo.

Prima che possa chiedere il permesso di procedere si avvicina una giovane donna, la figlia, mi domanda qualche minuto ancora.

Non c’è problema.

Prende dalla borsa un libro, non faccio in tempo a leggere il titolo; mette una mano sul legno e con sicurezza solenne legge un passo.

Lo chiude e mi guarda: – Può metterlo sopra il feretro?

– Lo vuol fare lei? – Mi fissa un istante poi tentenna la testa, si alza sulle punte e compie il rito.

Faccio in tempo a vedere che è di Asimov, uno dei volumi della Fondazione: l’ho letto da ragazzo.

Poi alza la testa, guarda per qualche istante ancora la cassa.

Parla per l’ultima volta, smorzata da un singhiozzo involontario prima di restare in silenzio e lo fa con un filo di voce appena.

Sto in questa posizione privilegiata nel bel mezzo di un crocevia fatto di addii, una posizione in cui si odono anche i bisbigli. Non sono davvero sicuro di cosa abbia detto, ma giurerei che dalle sue labbra sia uscito: Papà, che la forza sia con te.

Credo che gli addii abbiamo lunghezza differente, una lunghezza senza limiti.

Ma ci sono gesti, li vedo, ormai li so riconoscere, che sono serrature che lasciano fuori il dolore per far entrare l’accettazione, il ricordo.

Gli istanti che mi servono per avvicinare gli attrezzi ronzano di pensieri rivolti alle mie figlie. Quante sono le cose che abbiamo in comune! Mi vedo per un istante là dentro, mi passano mille frasi che loro potrebbero usare per dirmi addio. E spero da qua, per chissà quando nel futuro, che loro non soffrano.

Poi scaccio questi pensieri come mosche estive, continuo come sempre, faccio finta di nulla, ripongo nel cassetto più lontano la consapevolezza e continuo il mio lavoro.

Si alza il muro tra la vita e la morte e sono io a costruirlo.

Io che odio le barriere alzo quelle più pesanti.

1,30.

Domenica mattina, presto.
C’è poca gente nel camposanto.
È la mia giornata libera.
O quasi.
Devo solo togliere un marmo per l’inserimento delle ceneri di domani: roba di mezz’ora.
Non ho nemmeno i vestiti da lavoro ma jeans, camicia e cappellino; le antinfortunistiche nuove sembrano scarpe da ginnastica.
Mentre raggiungo il magazzino mi passa davanti una signora che ha lo sguardo fisso a terra, la camminata lenta e dimessa. Non alza la testa, forse così vestito mi scambia per un visitatore.
Mi trasmette una scomoda tristezza.
Passo pochi minuti a prendere gli attrezzi poi cerco il marmo e comincio a smontarlo; con la coda dell’occhio vedo la stessa donna che entra in un’altra galleria.
Impugna un mazzolino di fiori.
Prima non l’aveva, sono sicuro.
È quello da un Euro e trenta.

Lo so perché in settimana un’anziana si lamentava che le rubano le piante. Era arrabbiata e non capiva perché sparisse sempre lo stesso vasetto, quello più piccino, quello da uno e trenta, quello che mi scuoteva davanti agli occhi come se fossi il ladro: – Mi è toccato comprarlo di nuovo – diceva – È proprio un dispetto, una vergogna – parlava adesso rivolta al loculo del suo caro – Come si fa a essere così cattivi – spizzicava i rami delle sue piante per allargarle – E non è successo solo a me.

Ho il cuore appesantito dal sospetto.
Fingo di fare altro e rimango nei paraggi, la signora si ferma davanti a un loculo.
Si segna, posa un bacio sulle dita, poi le appoggia in un punto che da qua non vedo.
Prendo una scopa per scusare il mio passaggio. Sta davanti a una nicchia senza marmo, la luce spenta, sul foglio provvisorio c’è la data del funerale: 2016, gennaio.
E non c’è il marmo.
Dopo tanto tempo è insolito.
La foto di un uomo la fissa sorridente.
Scuote un centrino fatto a uncinetto, prende uno straccio dalla borsa e spolvera la base grezza della muratura che fa briciole di continuo.
È come spazzare una spiaggia.
Sistema di nuovo la piccola stoffa rotonda, posa su quella il mazzolino.
– Buongiorno – le faccio.
Le esce una voce graffiata – Buongiorno.
Mi sorride stirando il solo labbro superiore, non muove altri muscoli del viso, mi guarda appena.
– Sono il custode, se ha bisogno di qualcosa mi trattengo ancora un po’.
Che diavolo le dico? Non sono mica bravo in queste cose. E se non è la ladra? E se quel mazzetto era già nella borsa? E se… Ma non ci credo neanch’io.
In questa frazione di tempo metto a fuoco la sua immagine: la borsa è scucita in più punti, il vestito strusciato e logoro, le carpe scolorite.
Una ladra?
Sembra più una persona che cerca di restare appesa con gli artigli alla realtà, con una dignità che non ha più voglia di dimostrare nemmeno a sé stessa.
– Sa – fingo di guardarmi attorno – Non lo dica in giro ma, il fioraio qua fuori getta sempre molti fiori: non sono mica appassiti, è che deve selezionare i migliori: gli parlo? – strizzo l’occhio – Tanto li butta via.
Esce una risata gutturale: – Come al panificio, il sacco di pane per le galline costa un Euro… ma io non ce l’ho mica le galline.
Esce ancora quella risata, esce quasi per forza, come se la strappasse dal fango, accompagna tutta la frase.
La saluto, rimango col dubbio: Avrà capito?
Appena girato l’angolo mi arriva da lontano l’ultimo graffio.
– Grazie!

Andata e ritorno.

Di domenica nei cimiteri ci sono visitatori diversi che nel resto della settimana.

Non ho molto da fare, mi sbrigho in un’ora.

Sento dei passetti che scalpicciano dietro di me.

– Scusa signore, quando torna la mia mamma?

Mi trovo davanti una valanga di treccine, fiocchi e scarpe fluorescenti. La bimba mi guarda seria. Ha in mano un sacchetto che sfrega per terra.

La segue in corsetta un uomo.

– Tesoro non disturbare, il signore sta lavorando – Mi si rivolge – Scusi!

– Ma papà, lui lo sa di certo quando torna la mamma, lavora qui dentro!

L’uomo si accuccia, la prende per le spalle.

– Tesoro: nessuno può sapere quando torna la mamma – Lei imbronciata guarda per terra, lui mi stringe gli occhi crucciato e torna a parlarle – Dillo a questo signore: la nostra mamma è una dottoressa così brava, che l’hanno chiamata i più grandi scienziati del mondo per curare i bambini poveri che soffrono.

– Sì, però anch’io sono stata male e a me non mi ha curato.

– Lo sai, topina, la mamma è tanto lontana che non funzionano nemmeno i telefoni, altrimenti sarebbe venuta subito da te.

Io vorrei sparire.

– Signore, tanto se torna la vedi di sicuro, vieni – Mi porge la manina. Io guardo il padre in cerca di conforto, lui lo spera in me.

Mi porta davanti alla tomba di una giovane donna, è qui da qualche mese ma non ricordo nessuno di loro, forse non ho ricevuto io il funerale.

– Vedi, quando la riportano atterra qui, dove c’è la foto – Indica sorridente l’immagine.

Mi accuccio e cerco di tenere una parte credibile.

– Quanti anni hai signorina?

Mi porge una mano aperta, con l’altra si piega il mignolo di quella.

Le strizzo un occhio: – Quel mignolino vale metà, giusto? Hai quattro anni e mezzo!

Lei sorride e tentenna felice le sue treccine.

– Ascoltami bene: io sono sempre qui, ti prometto che se torna ti chiamo subito!

– Devi telefonare a papà, ma lo sai il numero?

– Certo! Ho il numero di tutti quelli che devono tornare.

– Ma te stai sempre qui? C’hai il letto per dormire?

– Eh sì, se qualcuno arriva di notte come si fa?

Mi guarda storta per tre secondi eterni.

– Ma te l’hai visto qualcuno che è tornato?

Guardo l’uomo, lui strizza le labbra e fa sì con la testa. Sto al gioco.

– Vedi quel posto là? – Indico il campo che abbiamo esumato di recente – Quelli sono già tornati.

La bimba resta a guardare qualche istante in quel punto, si volta e mi fissa:

– E se torna di notte? – Mi indica la lampadina sulla croce – Questa lucina è piccina e forse non la vede.

Lui la prende per mano: – Tesoro basta, dobbiamo andare.

Gli sorrido, ormai siamo in ballo e si balla fino in fondo: – Aspettate qui.

C’è un angolo in cui la gente accumula piccoli accessori che non usa più, talvolta funzionano ancora e gli altri visitatori attingono da lì. Prima ho visto una cosa.

Torno dalla bimba impugnando un lumino a batteria dalla luce rossa.

– Ecco qua – Lo poggio sulla tomba – Se torna sarà incuriosita da questa luce diversa dalle altre e saprà dove atterrare.

Lei sorride tutta contenta: – Bellaaaa! Papà, mettiamola anche a casa.

Ridiamo entrambi, lei ci osserva con uno sguardo severo, che noi maschi non capiamo mai niente.

Ci salutiamo.

Mentre mi allontano sento lei: – Papà, ma se diventiamo poveri anche noi, la mamma ce la rimandano?

Adesso sono spossato. Rimetto a posto gli attrezzi, chiudo le mie stanzine e mi avvio verso il cancello.

I due sono andati via. Butto un occhio sulla tomba della donna e scopro cosa aveva la bimba nel sacchetto. Attaccato alla croce c’è un foglio argentato con un cuore rosso e qualcosa scritto in maniera grossolana, che non ho voglia di leggere.

Esco con la gola annodata che si scioglie solo quando accendo la radio e inizio a cantare a squarciagola.

La cremazione.

Mentre sistemo la stanza degli attrezzi si avvicinano un uomo e una donna.
La tomba del loro caro è a pochi metri.
Cambiano i fiori, puliscono il marmo.
Gli passo accanto salutandoli.
– Avete finito con le esumazioni? – mi fa lui.
– Si continua la prossima settimana.
– Erano consumati? – chiede lei
– Beh, ce n’erano parecchi che abbiamo seppellito di nuovo.
Lei guarda il marito, come a imbeccarlo, lui ricorda la battuta – E cremati? Quanti ne hanno cremati?
Una signora piuttosto anziana lì vicino smette di fare le sue cose e comincia a fissarci.
– Qualcuno – rispondo distratto.
– Ma… – L’uomo indica col mento la tomba del suo caro – Lui quando lo esumate?
– Probabilmente l’anno prossimo, sarete avvisati dall’ufficio quando…
– Non voleva essere cremato da vivo. – m’interrompe la signora – Figuriamoci se lo faccio cremare da morto.
– Tesoro è l’anno prossimo, potrebbe essere pronto.
– Per allora voglio essere convinta – fa lei stizzita.
Il marito mi fissa sgranando gli occhi – Crede sia immorale farsi cremare.
Affronto spesso questi temi, molti sembrano aspettarsi una redenzione dalla nostra risposta, così cerco di stare sul vago per non ferire nessuno.
– Ognuno deve sentirsi in pace per la propria decisione, qualunque sia. Vivere coi rimorsi verso chi non c’è più è la cosa peggiore; sapete – mi tolgo i guanti per fare qualcosa – la maggior parte dei necrofori che conosco vuole essere cremato quando sarà il momento. Ne vediamo così tante, che vogliamo risparmiare l’esperienza dell’esumazione alle nostre famiglie. Non è un fatto etico.
– Lo vedi? – Fa lei smanacciando nel vuoto verso il marito – Io non voglio avere rimorsi.
Lui la prende dolcemente per i fianchi – Per me tu sei tutta grulla! – Si volta e mi saluta.
Lei borbotta finché non escono dal cancello.
 
L’anziana signora adesso si avvicina.
Osserva la coppia uscire poi mi si rivolge.
– Io sono contraria, sa, a farmi bruciare.
La sua pelle intagliata dal tempo fa da cornice a due occhi celesti e guizzanti.
– Sa perché non ho conosciuto mio fratello?
Sto zitto e immobile mentre lei mi fissa tentennando la testa per me.
– L’hanno cremato nel 1943 – i suoi occhi si fanno piccoli – A quelli come me non si può parlare di cremazione, ha capito cosa intendo, vero?
La osservo allontanarsi a piccoli passi.
Mi cade un guanto.
Ho capito.
.

N.M.

Il piccolo coperchio bianco è sbucato all’improvviso.
Il collega ha pettinato la terra centimetro dopo centimetro, dalla ruspa ha visto sfogliarsi la vernice e si è fermato. – Te la senti? – Mi fa.
Non lo guardo neppure: come faccio a dirgli di no?
Entro nella fossa, sistemo la tuta bianca e m’inginocchio.
Scavo con la mestola come quando da bambino giocavo sulla spiaggia.
Quando la terra è smossa la separo dal piccolo coperchio con i guanti.
M’immagino una storia impossibile per occupare i pensieri: a una vita mai vissuta devo almeno un sogno.

N.M. è nato una mattina presto che il sole stava sorgendo appena.
C’era tutta la famiglia.
Iniziò a camminare presto. All’asilo era tranquillo, ogni tanto bisticciava con un bimbo per difendere una compagna.
A calcio non era bravo, così fece rugby. Riuscì a giocare come professionista per alcuni anni, poi si sposò e cominciò a lavorare nell’azienda del padre.
Ebbe due figli, invecchiò con sua moglie e riuscì a godersi i nipoti.

Invece la sua storia è tutta sotto di me.
Ci metto un sacco di tempo, o così mi pare, prima di aprire.
C’è silenzio intorno. Ci sono cinque persone, ma stanno tutte trattenendo il fiato.
Apro.
Prendo la scatolina di zinco e ripongo le cose che trovo lì dentro.
Sono due.
L’elefantino colorato lo metto per secondo.
Guardo la madre, mi fa sì col capo.
Mi alzo.
Esco dalla fossa.
I genitori vogliono vedere.
Un mio collega cerca di fargli cambiare idea ma loro aspettano questo momento da ventiquattro anni: – Siamo pronti – dice lui.
Gli porgo la cassettina.
Io fisso l’elefantino colorato che gli ha tenuto compagnia per tutto questo tempo.
Loro no.
Alzo gli occhi e incontro quelli di lui.
Adesso non possiamo più abbassare lo sguardo, stupidi maschi orgogliosi.
È lei a rompere il ghiaccio: – Posso portare io la scatola fino all’ossario?
Guardo il mio collega anziano, ci mette tre secondi a decidere.
Va a prendere un paio di guanti nuovi, quelli grandi.
– Si metta questi – Le dice.
Ci incolonniamo dietro la sua dignità.
Quando arriviamo ci affida la scatolina. Prendo il pennarello nero.
Cerco di mantenere una buona calligrafia.
Sul tappo scrivo il nome, il cognome e una sola data, insieme alla sigla N.M.
Non sono le sue iniziali,
È l’aria frizzante di quella mattina che non ha potuto respirare, della storia che non ha potuto vivere.
N.M. è una sigla che non si scrive mai per intero.
Neanche adesso.

 

Il morto.

Tempo fa ho scritto uno stornello in rima e non avevo mai pensato di inserirlo in questo blog. L’ultima strofa è un omaggio al grande narratore di storie Tiziano Sclavi.

Il Morto

Il morto stecchito

Il morto schiacciato

Il morto sparito

Il morto trovato.

Il morto che incanta

Il morto al salterio

Il morto per finta

Il morto sul serio.

E l’uomo che veste il morto: “m’inventro…”

Lo muove e lo sposta con mille cure

Guarda un involucro “…e chi c’era dentro…”

Si chiede “…dov’è che è andato a finire?”.

Il morto per caso

Il morto ammazzato

Il morto appeso

Il decapitato.

Il morto da poco

Il morto che tarda

Il morto per gioco

Il morto che parla.

Per chi all’obitorio il morto giace,

Ci son meccanismi da sempre in uso

Riceve fiori, cordoglio, una prece,

Finché giunta l’ora non viene chiuso.

Il morto normale

Il morto che … insomma

È rimasto uguale

Sembra che dorma.

Il morto da tempo

Quello di giornata

Il morto “è uno scempio!”

Il morto a chiamata.

E le Parche giudici mai considerate

Tendon sul tuo capo la lama di rasoio

E svolgi le matasse con giornate avolterate

Finché Atropo ti taglia dal suo filatoio.

Il morto per sbaglio

Il morto per scelta

Il morto a serraglio

Il morto alla svelta.

Il morto nel sonno

Il morto cremato

Il morto in autunno

Quello bendato.

E a guardar tutti seduta e arcigna

La morte che gufa, la morte che ghigna.