Questioni di decomposizione

Il segreto per una corretta decomposizione?

Non esiste, mi spiace.

Se a qualcuno è venuto in mente di curare il proprio corpo anche dopo il passaggio su questa terra, sono desolato, non ci sono rimedi efficaci.

Puoi fare fitness, yoga, vivere in poltrona, mangiare vegano o spolverare vassoi di salsicce… Quando finiamo lì sotto (là dentro, là fuori o in qualunque posto capiti di trovarsi), non è possibile assicurarsi di non fare brutte sorprese ai nostri parenti.

Ci sono due modi per stabilire le modalità di decomposizione di un corpo: lo studio teorico e l’atto pratico.

Dal primo scaturisce tutta quella letteratura scientifica che serve per stabilire con oggettiva esattezza gli stadi successivi dì decomposizione e alimenta discipline mediche, criminologiche e letterarie.
Il secondo non è una scienza esatta ma deriva dall’esperienza diretta di chi, per lavoro, ha a che fare con cadaveri che da anni giacciono in un feretro.

Io rappresento il secondo caso.

La mia sensazione è che nel disfacimento fisiologico di un corpo, sopraggiungano eventi soggettivi tali, da far insorgere tutta una serie di problematiche che portano a due situazioni opposte: la mummificazione dei tessuti, o la mineralizzazione precoce.

Una differenza alla fonte la fornisce il luogo dove viene deposto il feretro: nella terra o nel loculo.

Da quel momento tutto può succedere. Entrano in gioco fattori come l’umidità, le infiltrazioni d’acqua, il tipo di terra (più o meno ricca, dipende da quanto tempo accoglie spoglie mortali), resistenza o meno del coperchio del feretro alla spinta del terreno (se cede nascono tutta una serie di ipotesi), la presenza di alberi (che arricchiscono il terreno).

Per quel che riguarda la mia esperienza, in presenza di corpi non decomposti, nei loculi ci troviamo di fronte a tessuti asciutti, nella terra solitamente molli.

Ci sono le eccezioni.

Una delle precauzioni che un’impresa funebre prende sempre, è impedire che eventuali liquidi possano fuoriuscire dal feretro, prima che esso sia deposto. Nella seconda metà degli anni ’90 cominciarono a diffondersi dei materassini biodegradabili, che assicuravano una tenuta ottimale e che si scioglievano dopo qualche tempo, permettendo ai liquidi di fuoriuscire.

Prima di allora venivano utilizzati teli di plastica: avevano una grande resistenza ma giungevano intatti al momento dell’esumazione.

In questi casi tutto quello che un corpo produce viene trattenuto, impedendo il processo naturale di deterioramento biologico e creando casi sempre diversi.

Spesso i parenti dei defunti che non si sono consumati, raccontano che il loro caro aveva effettuato cure lunghe e pesanti. Talvolta ci sono medici tra i parenti, secondo i quali, sono i cibi pieni di conservanti che mangiamo a farci mantenere intatti.

Sono soltanto teorie.

Immagino basti che un liquido non ottemperi alla sua funzione e si modifichi il suo PH, per condizionare i successivi stadi di decomposizione.

Le variabili e le varianti sono così numerose da rendere impossibile ogni congettura su quale stato troveremo un corpo.

Tale e quale

Ladri-di-biciclette

Stiamo facendo delle estumulazioni, togliamo cioè alcune casse dai loculi.
Il familiare pesticcia nei paraggi senza mettersi mai nel mezzo alle nostre operazioni. Piano piano rompe il ghiaccio con domande sul nostro mestiere e ci osserva con sguardo assente mentre togliamo i vecchi mattoni.

Ha gli occhi tristi.

Non è normale avere occhi tristi in queste occasioni. Solitamente i parenti mostrano impazienza, curiosità, nostalgia. Chi ha gli occhi tristi di solito ci racconta una storia altrettanto triste, come se la morte fosse giunta senza che un ciclo fosse chiuso.

Il familiare rievoca la vita di suo padre, che tornando in bicicletta dal lavoro fu travolto da un’auto, rimanendo ucciso sul colpo.

Era il 1967.

Aveva 32 anni, Il figlio 7 e stava per rivedere suo padre a 55.

La sua storia era così sincera e dettagliata, che mentre raccontava immaginavo la scena come un film in bianco e nero, ricollegando quel fatto ai volti del capolavoro “Ladri di biciclette”.

Quando arriva il momento di aprire la cassa rimango di stucco.

Guardo la foto sul marmo e mi stupisco di quanto il defunto sia ancora somigliante a quella.

Non capita facilmente. Una salma non si riconosce nella foto esposta, perché l’immagine può essere antecedente la morte di anni o anche solo per il fatto che la faccia di solito è consumata.

L’uomo è mummificato: impossibile fare la riduzione. Il figlio si avvicina e rimane in silenzio. Noi con la scusa di riordinare gli attrezzi lo lasciamo per un po’ da solo coi suoi ricordi.

Quando ci avviciniamo per spostare la salma mi accorgo che il volto dell’uomo è praticamente intatto. I capelli sono al loro posto, il volto è diventato scuro ma totalmente integro e riconoscibile

Sembra il negativo della foto commemorativa fissata sul marmo.

Chiediamo al figlio se possiamo chiudere la scatola biodegradabile con cui il padre sarà seppellito a terra per i prossimi 5 anni.

Dice sì, ci saluta poi guarda di nuovo verso la scatola.

– Ciao babbo.

Il rito dell’esumazione

scheletro_3d_model

Oggi parlerò di come faccio un’esumazione.

Di come la faccio io intendo.

Sicuramente ci saranno metodi migliori; a me hanno insegnato questo. Ne scriverò mantenendo le premesse con cui ho sempre tenuto questo blog: rispettare chi non c’è più.

E’ esattamente il presupposto necessario per effettuare questo tipo di operazioni. In fin dei conti abbiamo davanti delle persone che stanno a guardare noi, che mettiamo i resti di un loro caro estinto, dentro una scatola di ferro.

Se capitasse a me vorrei massimo rispetto.

Inizierò a raccontare da quando la cassa è tornata alla luce, dopo il lavoro dell’escavatore e della pala come ho spiegato in questo post.

Appena il coperchio è libero dalla terra cerco di sollevarlo a mano, solitamente si apre senza problemi. In caso contrario faccio leva con qualche attrezzo.

Comincio a ripulire la superficie superiore della cassa da eventuali infiltrazioni di terra.

Mi aiuto scalzando le estremità dell’imbottitura che avvolge la salma, così da far scorrere la terra all’esterno dell’involucro di stoffa. Se questo non basta viene in aiuto il velo in raso, che di solito ricopre il corpo nella sua lunghezza. In assenza di questi tessuti, devo liberare il corpo con i guanti o con una mestola, tipo come fanno gli archeologi quando trovano un reperto.

Dopo aver liberato l’area di lavoro, avvicino la cassetta di zinco che accoglierà i resti.

Solo la testa e le mani sono esposte, il resto è dentro le logori vesti che dopo tanti anni hanno assunto l’aspetto di un sudario.

Per prima cosa cerco le ossa delle mani. Sono le parti più piccole. Mentre i piedi sono raccolti nelle scarpe o nelle calze, gli arti superiori possono spargersi, rendendo più lungo il loro recupero specie se nella cassa c’è del fango. Tolgo anche l’ulna e il radio dalle maniche.

Ripartendo dall’alto ripongo il cranio, che è la parte più ingombrante; insieme ad altre ossa più lunghe vanno posizionate in modo che lo spazio nella cassetta sia sufficiente ad accogliere tutto.

Passo alle vertebre cervicali che sistemo in basso, dietro al cranio; quindi le clavicole, l’omero, le costole, lo sterno (che talvolta è quasi totalmente consumato) e concludo togliendo le vertebre rimanenti.

Proseguo con le ossa del bacino, che cerco di mettere ai lati lunghi della cassetta per lasciare spazio alle successive sei ossa: femore, tibia e perone. E’ per quelle che bisogna gestire lo spazio; si rischia di non riuscire a chiudere il coperchio e dover risistemare l’interno. Una cosa che di certo i familiari non gradiscono.

Infine raccolgo le rotule.

Il recupero delle ossa dei piedi è quasi sempre agevole. Come già detto sono all’interno di calzature e quindi basta svolgere il tessuto all’interno dell’ossarietto di zinco.

La velocità di queste operazioni dipende dal tipo di abito indossato dalla salma. Abbiamo a che fare con pantaloni o calze di nylon (talvolta indistruttibili!), camicie e giacche, mantelli o scialli, intimo di ogni genere che mantiene la sua resistenza anche dopo tanti anni.

Una curiosità.

Se al momento di togliere il coperchio i familiari vedono il cranio consumato, tirano un respiro di sollievo e cominciano a esprimere consensi sulla buona sorte occorsa al loro defunto: danno per scontato che il processo di decomposizione sia completo.

In realtà potrebbe non essere così. Molto spesso ci sono porzioni di corpo non consumate. Parti come il busto e il bacino necessitano di più tempo per mineralizzarsi. Capita anche che ci siano uno più arti mummificati e quindi non è possibile effettuare la riduzione.

E’ importante smorzare gli animi fin da subito e prendersi il tempo necessario per accertarsi che il lavoro sia possibile da fare per evitare successive delusioni.

 

 

Lo stupore della morte

munchurlo

Con un grimaldello faccio leva tra le vecchie tavole serrate, alla maniera di un ladro, tanto solenne è il luogo che vado a violare.

chiodi lanciano un sinistro scricchiolio finché non cedono e lasciano uno spiraglio abbastanza largo da infilare le dita e fare forza con le mani.

Il coperchio si muove, si libera, si alza.

Non so cosa troverò, ogni volta è differente, perché i defunti non sono mai uguali; mantengono anche nella morte le loro peculiarità.

Ma c’è un fattore che contraddistingue ognuno di loro, indipendentemente da come sono vestiti, dal genere o dallo stato di conservazione: nella stragrande maggioranza dei casi la carne della testa e del collo è consumata, lasciando a vista il teschio e i primi dischi della spina dorsale.

E in tutti questi casi la mandibola è completamente abbassata, come quando si apre la bocca.

Come quando si prova un forte stupore, lo stupore della morte.

Tafofobia

buried_aliveUna delle fobie più diffuse tra gli esseri umani è la tafofobia.

Si tratta della paura di essere sepolti vivi e forse in passato non era del tutto fuori luogo.

Ci saranno state certamente persone che hanno aperto gli occhi nel buio totale e, nel tentativo di capire dove fossero, hanno allungato le mani trovandosi rinchiusi in uno spazio inesistente e con un filo di ossigeno, necessario appena per capire di essere senza scampo, avranno finito il loro tempo inarcandosi, sbattendosi come un uccello nella gabbia, sbuffando folli lamenti, dilaniandosi…

Però la medicina negli ultimi decenni ha fatto passi da gigante e proprio per scongiurare questo genere di risvegli “post mortem“, i medici usano molte precauzioni.

Negli anni mi è capitato di aprire molte bare, nel corso di esumazioni o estumulazioni. Non ho mai trovato un corpo spostato dalla posizione che solitamente gli viene data dopo la vestizione.

Sempre steso sulla schiena, le mani giunte oppure stese lungo ai fianchi.

Ho chiesto a operai di più lungo corso e anche loro escludono di essersi imbattuti nella loro carriera, in corpi che dimostrino una sofferenza pari a quella che potrebbe provare una persona a risvegliarsi chiuso in una bara.

In un paio di occasioni però ho sentito parlare di mitomani che, in occasioni di opere di ristrutturazione nei cimiteri, hanno assistito a delle esumazione e hanno raccontato in giro di aver visto coperchi rigati da unghie o corpi piegati nella frenesia di trovare un’uscita.

Mitomani certamente.

Io, in ogni caso, mi farò cremare…

Vermi

via-alberataassadassac

Chi non ha sentito dire almeno una volta nella vita che “siamo cibo per vermi”?

E’ un’affermazione cinica, spietata, priva di speranza ma è piuttosto diffusa e abusata in molti film o libri, quando si tratta di fare riferimento all’inevitabile destino di ogni essere vivente.

E poi ci si può imbattere nel suo senso più letterale.

Si deve esumare un piccolo settore circondato da un muretto di mattoni. Lì dentro lo scavatore non riesce a muoversi come al solito: anziché mettersi di fronte alla tomba, resta di lato.

La ruspa comincia a togliere la terra gradualmente, dal centro del sepolcro verso il “piede” della cassa.

Compare il coperchio, ancora intatto. Per facilitarmi il compito l’operaio cerca di liberarlo anche sulla parte alta, ma alla seconda bennata il tappo di legno frana, di colpo; la tavola centrale (delle tre che lo compongono) cede alla spinta infilandosi dentro al feretro.

Alzo un braccio, segno convenzionale per bloccarlo e subentrargli nello scavo con la pala.

Scendo nella piccola fossa tenendo i piedi abbastanza larghi da non forzare sulle assi smosse del coperchio. Le tolgo, poi scavo quanta più terra possibile dall’interno della cassa usando una mestola da muratore, piccola abbastanza per evitare di smuovere le ossa.

La terra sovrastante la testa è rimasta al suo posto, creando una piccola volta, una nicchia. Non posso toglierla; al primo tocco franerebbe tutto all’interno, rendendo ancora più difficoltoso il recupero dei resti.

Mi piego sulle ginocchia per cominciare l’operazione; intorno la pioggia ha reso il terreno morbido e scivoloso. Per recuperare la parte alta dello scheletro sono costretto a mettermi in ginocchio sulle assi laterali del feretro e piegarmi in avanti.

La mia tuta bianca alla “R.I.S.” è idrorepellente e non corro il rischio di bagnarmi i vestiti.

Ripongo il teschio nella cassetta di zinco, poi continuo il lavoro cercando un equilibrio più stabile. Vedo che i vestiti sono integri e cerco di sollevare la maglietta mantenendo dentro tutto il contenuto, per riversarlo nella scatola.

È lì che si trova la quantità più numerosa di ossa e se riesco nel mio intento faccio un piacere ai familiari; sono concentrati su quello che faccio e posso evitargli di vedere uscire da quelle vesti consunte, il posto dentro cui, oltre un decennio fa, batteva il cuore del padre.

Ci riesco. Mi riporto in posizione, il mio sguardo cade sul fondo del feretro: balzo in piedi allibito; il mio collega interviene pensando a un problema.

– Tutto bene – lo tranquillizzo – Ma qui sotto c’è qualche ospite imprevisto.

Migliaia di piccoli vermi rossi e arancioni si contorcono nel fango sottostante. Non avevo mai visto niente di simile. Era un brulicare incredibile, una stonatura: tutta quella vita in un letto di morte

Anche i familiari li vedono, provano disgusto e risentimento per la presenza di quelle creature insieme al corpo del padre.

In questi casi cerco sempre di rincuorare le persone.

– Potrebbe essere stata la sua fortuna – spiego loro – La presenza di questi animali rende la terra ricca di sali minerali, in questo modo la mineralizzazione – un modo carino per definire la decomposizione – avviene più velocemente.

Sì, effettivamente adesso sono più sollevati.

Finisco il lavoro iniziato mentre penso che forse sono apparso ridicolo agli occhi dei presenti; la maggior parte delle persone troverebbe normale imbattersi in un verme, mentre a farli sobbalzare sarebbero di certo i resti di un corpo umano.

 

Fuochi fatui

175_flame-940x626Nelle notti senza luna, asciutte e serene, gli incauti passanti che costeggiano il perimetro di un cimitero, potrebbero scorgere da un pertugio o un cancello, una fievole luce tremolante, appena percettibile, saettare tra le tombe. Essa accompagnerà effimera i sogni o gli incubi della sua notte agitata.

L’immagine dei fuochi fatui mi ha sempre affascinato

Quando da bambino il babbo o il nonno mi portavano a far visita ai nostri defunti, mi parlavano di queste fiammelle che si sprigionavano di notte nei cimiteri e gironzolavano tra le tombe come se fossero vive.
Anzi, la leggenda voleva che quei tenui fuocherelli fossero le anime dei morti – mi dicevano.

Per andare a casa di alcuni parenti si passava per una strada provinciale che scorreva accanto a un camposanto. Quando a tarda sera tornavamo a casa, sbirciavo dal finestrino della nostra Renault 4 azzurra fin dentro quel luogo puntellato di lumini immobili, sperando di riuscire a vedere una di quelle fiammelle.

Non è mai successo.

Pur essendo rimasto tante volte, per lavoro, nei cimiteri fino a tardi, non sono mai riuscito a osservare un fuoco fatuo, che è rimasto una figura leggendaria della mia infanzia.

Eppure…

Quando ho cominciato a fare questo mestiere ho conosciuto un vecchio custode prossimo alla pensione. Una volta entrammo nel discorso dei fuochi fatui e lui mi disse che sono apparizioni talmente veloci che difficilmente si possono vedere.

– Però voglio mostrarti una cosa – mi disse mentre mi invitava a seguirlo.

Raggiungemmo uno dei campi più vecchi del cimitero, dove molte tombe avevano ceduto nel tempo. Per terra, qua è là, c’erano piccoli fori e crette nel terreno.

Da una delle innumerevoli tasche del suo giubbotto, estrasse l’accendino e si accucciò in prossimità di una fessura, fece leva sulla pietra focaia e la fiamma appena accesa si propagò flebile, saettando per qualche decina di centimetri.

Rimasi a fissare il fenomeno a bocca aperta, con l’ingenuità di un bambino, finché non scomparve. Avevo appena visto il mio primo fuoco fatuo.

Il fenomeno è causato dall’uscita in superficie di piccoli afflati di metano o altri gas infiammabili, probabilmente derivati dalla decomposizione dei cadaveri, accesi – ma è una mia teoria – dalla dispersione elettrica dei numerosi allacci per l’illuminazione delle tombe che si snodano nel terreno.

Non ho mai ripetuto l’esperimento del vecchio custode, ma il pensiero dei fuochi fatui mi affascina ancora come quando ero piccolo.

 

La geometria della memoria.

images

Ho lavorato in molti cimiteri, ne ho visti davvero di ogni genere.

Da quelli metropolitani, organizzati come città, a quelli di montagna, arroccati come piccole fortezze a difesa di paesi abbandonati. Capaci soltanto di accogliere il ritorno di nostalgici abitanti di un’epoca passata, che hanno fatto in tempo, prima di morire, a desiderare di essere riportati nel luogo nativo.

Ci sono i cimiteri monumentali, intoccabili, memoria storica delle passate generazioni e quelli, in numero maggiore, in cui viene effettuata la rotazione, dove periodicamente gli spazi vengono liberati per nuove accoglienze.

Negli ultimi anni i cimiteri stanno cambiando aspetto.

Complice la crisi ma anche il progressivo disinteresse verso il culto dei defunti, vengono generalmente posate tombe più semplici, meno elaborate. Un fattore che, per inciso, non è positivo o negativo ma solo un segno del cambiamento.

Di recente sono tornato in un camposanto dove non entravo da anni. Lo ricordavo ricco di statue, marmi disposti in maniera artistica, con la chiara volontà dei committenti di lasciare opere, a futura memoria del defunto, degne delle sculture dei grandi del passato.

Adesso due settori sono stati liberati e progressivamente occupati da nuovi ingressi. Le nuove tombe sono molto semplici, senza eccessi.

La magnificenza, la solennità delle statue grigie di angeli compassati, madonne disperate e panneggi marmorei dai contorni zuccherini, pietre abbracciate da edera vivace e ferri battuti da mani robuste, sono ormai andate perdute.

C’era qualcosa… c’è qualcosa che sento dentro, guardando questi luoghi e che cambia a seconda del posto in cui mi trovo; una sensazione che non sono mai riuscito a razionalizzare. O meglio, non riesco a capire cosa sia a darmi suggestioni ogni volta diverse.

Poi, mentre cercavo un modo per spiegarlo in questo post, d’un tratto ho capito: è la simmetria.

Nei piccoli cimiteri antichi si trovano tombe risalenti ai primi del novecento, a cui se ne sono avvicinate altre a macchia d’olio e sono rimaste lì, in attesa di un pensiero, di una visita. Questi luoghi non sono stati cambiati nel tempo ma dal tempo.

Tra i sepolcri si snodano sentieri irregolari, solcati dalle nervature di radici che si snodano da piante secolari, sfiorando le lapidi, alzandole, sfidando il peso delle strutture fino a creare una ragnatela scoscesa tra spazi sempre differenti, ormai occupati dalla vegetazione che cresce spontanea. Quelle costruzioni si alternano senza linea di continuità, creando perimetri irregolari e forti contrasti di colori.

E’ qui dentro che avverto una sorta di inquietudine, una punta d’angoscia. Come se tutta l’anarchia di quelle architetture mi volesse suggerire la sofferenza che si cela nel ricordo dietro ogni nome, sotto ogni lapide.

Nei cimiteri moderni questo non mi accade, o succede in misura impercettibile. Perché lì ogni campo è delimitato da un perimetro preciso; le tombe sono perfettamente distanziate tra loro, allineate e squadrate, tutte della stessa misura e caratterizzate da un’avara scala di colori.

La semplicità ha per me il grande vantaggio di alleviare il tormento, rendere meno tremendo il pensiero di essere al cospetto della fine.

 

Superstizione

amuleti

Alla base di questo blog c’è l’intenzione di raccontare i fatti che mi accadono realmente.
Certo, non tutte le giornate lavorative sono ugualmente interessanti; in questo caso mi affido ai ricordi.
Oggi era uno di quei giorni.
Volevo parlare dei rapporti umani che si instaurano con i visitatori dei cimiteri, poi succede che mia moglie esce a comprare il pane e quando torna, mi fornisce il post del giorno.

Mentre la stava servendo, la fornaia se ne esce con qualcosa tipo:
– Questa sera devo andare a trovare una cara vecchina, mia vicina, che è morta stamani – sospira – poi mi tocca andare in chiesa.
– Per il funerale? – cerca conferma mia moglie.
– Nooo, non lo sai? Dopo che sei stata a trovare un morto devi andare subito in chiesa, altrimenti ti segue a casa – chiosa la fornaia.
La mia signora affila le armi, ormai ha un vasto repertorio per rispondere a certi discorsi:
– Allora io devo avere un sacco di ospiti!
La fornaia la guarda interrogativa, in attesa di delucidazioni.
– Mio marito lavora nel settore funebre…
La signora prima la guarda con compassione, poi sembra imbarazzata e dopo un rapido scambio di battute il discorso è liquidato.

E’ incredibile ma ancora oggi la superstizione intorno al mio settore è molto diffusa.

Lo scongiuro più evidente lo compiono i maschi: al passaggio di un carro funebre, la mano cala inesorabilmente per scacciare chissà quale malaugurio.
Questo accade per ogni generazione, lo fanno tanto i ragazzini quanto gli anziani. Una volta un sacerdote si risentì nel vedere un signore attempato che maltrattava il cavallo dei suoi pantaloni; abbassò il finestrino e urlò:
– Ma cosa ti tocchi! Tanto prima o poi porto via anche te!

Tempo fa ero in un piccolo paese per un funerale. L’autista del carro doveva effettuare una stretta curva, quindi si allargò abbastanza per percorrerla con una sola manovra. Così facendo rallentò fin quasi a fermarsi.
In prossimità della strettoia c’era un bar, fuori alcuni avventori. Uno di loro, lo ricordo ancora con un barbone bianco e una grossa pancia, si sporse indietro per toccare con la mano (opportunamente piegata a mo’ di corna), la maniglia di ferro della porta d’ingresso. Così facendo la sedia cadde indietro e l’uomo non la seguì solo perché si aggrappò a quell’appiglio.

E’ ancora molto diffusa, l’abitudine di coprire gli specchi nelle abitazioni in occasione di un decesso. In passato si credeva che lo specchiarsi del defunto catturasse la sua anima e nella notte i familiari, potessero vedereci riflessi gli occhi del caro estinto.

Alcuni colleghi hanno sentito dire che se dopo la funzione funebre il feretro esce dalla chiesa più pesante che all’ingresso, significa che il defunto non ha completamente espiato i suoi peccati.
A parte il fatto che non esiste uno studio comparato sul peso nelle due occasioni, mi sembra strano che ciò sia vero, visto che prima di uscire il sacerdote dichiara assolto ogni peccato.

Talvolta la superstizione ci accompagna anche dopo la morte. Sono in molti a mettere nelle tasche dei defunti qualche monetina. Servirebbe per pagare il trasporto sulla barca di Caronte.
In questo caso ci sono due teorie.

La prima rende grottesca questa superstizione e fa riferimento all’immaginario dantesco: il traghettatore porta le anime all’inferno e quindi non è troppo bello pensare che un proprio caro potrebbe avere bisogno di quel tipo di passaggio.

Nell’altra l’accenno è al barbuto barcaiolo dell’età classica, che portava tutte le anime, indifferentemente dall’indole tenuta in vita, nell’Ade, il regno dei morti.
Probabilmente la credenza si riferisce a questa ipotesi; ho trovato la conferma sul web: fin dall’antichità era usanza mettere due monete sugli occhi dei defunti proprio per assolvere a quel debito.

Appena riuscirò a raccogliere altri aspetti di questa pratica tutta italiana di fare gli scongiuri, li presenterò in un nuovo post.

Non ci si abitua mai

statua_cimitero
Mi è tornato in mente un servizio fatto alcuni mesi fa.

Era piena primavera.

Anche nei cimiteri entrano le stagioni. Le piante e i fiori hanno profumi vigorosi in quel periodo.

Quel giorno dovevamo aprire alcuni ossari i cui contratti erano scaduti da tempo. Sono quelle piccole tombe murate a parete destinate ad accogliere, in scatole di zinco, i resti ossei di esumazioni ed estumulazioni.

L’operazione è abbastanza veloce perché quei resti riposano lì dentro da almeno trent’anni, i contenitori sono logori e si aprono facilmente.

Arriviamo a togliere un marmo senza foto ma le due date iscritte in un font di acciaio invecchiato, sono tremendamente ravvicinate. Sappiamo già cosa troveremo.

Apriamo; incastrata tra le strette mura c’è una piccola bara bianca.

Quando vedi qualcosa del genere prima deglutisci, poi cerchi di scacciare i pensieri perche devi lavorare.

Aveva solo due mesi

Ma devi lavorare, non pensare che

Poco distante attendono la madre e la sorella di quel piccolo ricordo. Sono apparentemente calme e silenziose.

Quando metto a terra il feretro si avvicinano. Chiedo se vogliono assistere oppure aspettare più distanti.

Restano.

Intanto parlano e rammentano quel giorno lontano. Sollevo il coperchio di legno. Sotto c’è quello di zinco, ancora saldato.

È così piccolo.

Puoi averne viste tante in questo mestiere ma adesso sei in ginocchio davanti a un’ingiustizia e senti un nodo tremendo alla gola. È straziante ma devi dispensare sicurezza perché i familiari colgono ogni esitazione come un tradimento.

Sembrano i vestiti di una bambola.

– Gliel’ho fatto io, mentre la aspettavo – dice la mamma al vento.

Ma delle due donne è la sorella che si mostra più fragile. Inizia a singhiozzare e la madre le fa coraggio. Metto vicino alla piccola bara il nuovo contenitore di zinco che ospiterà quei resti per i prossimi 30 anni.

E’ posata su un giaciglio di paglia. Mi faccio coraggio ed entro nella piccola scatola con i grossi guanti di gomma. Cerco di afferrare tutto insieme perché voglio metterla così com’è nell’altro contenitore.

Appena concluso lo spostamento la sorella mi ferma e chiede se ho sentito qualcosa nei vestiti.

All’inizio non capisco, poi lei si spiega: vuole che mi accerti che i resti non siano completamente spariti.

Mi tocca farlo davvero.

Premo delicatamente.

Non devi pensare che…

I guanti hanno tre millimetri di spessore e sotto ne ho un paio più fini. Non sentirei nemmeno una martellata ma in quel momento mi sembra di non avere nemmeno la pelle.

Guardo la donna e faccio segno di assenso.

Adesso la sorella è rassicurata, mi ringrazia e si allontana. Chiudo il nuovo contenitore e lo dispongo nel loculo più grande, di proprietà della mamma.

– L’ho comprato per me, quando sarà il momento la voglio avere vicina – dice.

Tendo le labbra senza sorridere, saluto le due signore che rimangono a fissare i mattoni che piano piano chiuderanno quella finestra sul passato.

Non ci si abitua mai.