Piove.

 

pioggia

Piove.
Piove da giorni.
Il campo del cimitero è inzuppato che sembra una palude. Non importa quanto si provi a pareggiare la terra con la ruspa; quella sembra che si muova, che sia viva, come se crescesse nutrendosi del nostro passato.
E anche oggi che è un tempo da cani, la terra aspetta il nostro tributo.
Stamani c’è un funerale e dobbiamo preparare la buca.
Abbiamo letto il manifesto: il defunto è molto anziano.
So che è assurdo, e anche ingiusto, ma saperlo lenisce la frustrazione che si prova quando arriva la morte.

Il mio collega comincia a scavare, la ruspa affonda venti centimetri nel motriglio, ma lui continua. Cerco di creare con la pala un piccolo canale per far scorrere via l’acqua che si è accumulata intorno ai cingoli.
La benna entra piano, se le pareti franano sarà un problema proseguire.

Ci vuole più di un’ora.
Poggiamo dei tavoloni sul fango per arrivare dal viale fino alla fossa; lavoreremo meglio e le persone potranno avvicinarsi alla tomba.
Se ricomincia a piovere rischiamo di rimandare il seppellimento: c’è il pericolo che la terra smotti.
Il tempo di pulire gli stivali impantanati e sentiamo la voce del sacerdote distorta dal microfono.
Ricomincia a piovere. Tiriamo su il cappuccio.
Sono venuti a piedi nonostante il tempaccio. Gli ombrelli aperti sopra il corteo sembrano un prato fiorito. Ho scoperto che non guardo mai le prime file di persone dietro all’auto funebre, è lì che si condensa il dolore.
A volte però, sono le prime file che ti vengono a cercare.
Il figlio si avvicina, mi mette una mano sulla spalla, sento una pressione lieve e insicura. Cerca di parlare senza farsi interrompere dall’emozione.
– Ce la fate a metterlo a posto, vero?
– Il tempo ha retto finora, e anche la terra. – Dico – Sì, ce la facciamo.
Mi preme la spalla: vuol dire grazie.
Ci avviciniamo alla fossa, mettiamo il feretro sulla passerella di legno. Prima che ci disponiamo ai quattro capi delle funi guardo dentro.
È piena d’acqua.
La pioggia si fa fitta.
Una signora, la figlia, comincia a disperarsi: come si fa a mettere suo padre in quella piscina.
Se lo chiede, lo chiede a chi gli sta vicino, e poi ci guarda e si aspetta che gli rispondiamo.
Come si fa adesso?
Potremmo metterlo nella cappellina del cimitero e aspettare domani ma…
Sono questi i momenti che danno un senso alla sveglia la mattina.
Al figlio scappa un singhiozzo, non mi sfugge.
Guardo il mio collega, la folla ci osserva.
E se fosse parente nostro?
A questo pensiamo.
È LA domanda.
Scambiamo due parole.
Lui risale sulla ruspa, io prendo due sacchi neri, li accartoccio.
Mi avvicino alla benna e tappo i due fori che stanno ai lati.
Lui accende, cala il braccio meccanico e comincia a svuotare la fossa.
Ci vuole del tempo, l’escavatore si muove a scatti e parte del liquido ricade dentro; una fetta di parete ricade dentro e schizzi di mota si appiccicano ai nostri vestiti, qualcuno sul viso.
ma alla fine la buca è vuota.
Ci sbrighiamo a calare la cassa.
Proviamo a spalare a mano quel tanto che serve a coprire il legno ma la terra sembra liquida.
Allora il mio collega riaccende la ruspa e comincia a chiudere.
I familiari ringraziano, sono sollevati, adesso la tensione si stempera.
Parlano tra di loro, di quanto fosse orribile mettere la cassa dentro mezzo metro d’acqua motosa.

L’acqua continuerà a filtrare una volta chiusa la buca, anche se non la vedranno.

Facciamo il cumulo e mettiamo sopra la croce e i fiori.
I familiari ci ringraziano, lo fanno i figli, la moglie e i nipoti.
– Grazie! – Ci dicono. – Grazie!
Sono quelle cinque lettere a darci un senso, anche oggi.

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