N.M.

Il piccolo coperchio bianco è sbucato all’improvviso.
Il collega ha pettinato la terra centimetro dopo centimetro, dalla ruspa ha visto sfogliarsi la vernice e si è fermato. – Te la senti? – Mi fa.
Non lo guardo neppure: come faccio a dirgli di no?
Entro nella fossa, sistemo la tuta bianca e m’inginocchio.
Scavo con la mestola come quando da bambino giocavo sulla spiaggia.
Quando la terra è smossa la separo dal piccolo coperchio con i guanti.
M’immagino una storia impossibile per occupare i pensieri: a una vita mai vissuta devo almeno un sogno.

N.M. è nato una mattina presto che il sole stava sorgendo appena.
C’era tutta la famiglia.
Iniziò a camminare presto. All’asilo era tranquillo, ogni tanto bisticciava con un bimbo per difendere una compagna.
A calcio non era bravo, così fece rugby. Riuscì a giocare come professionista per alcuni anni, poi si sposò e cominciò a lavorare nell’azienda del padre.
Ebbe due figli, invecchiò con sua moglie e riuscì a godersi i nipoti.

Invece la sua storia è tutta sotto di me.
Ci metto un sacco di tempo, o così mi pare, prima di aprire.
C’è silenzio intorno. Ci sono cinque persone, ma stanno tutte trattenendo il fiato.
Apro.
Prendo la scatolina di zinco e ripongo le cose che trovo lì dentro.
Sono due.
L’elefantino colorato lo metto per secondo.
Guardo la madre, mi fa sì col capo.
Mi alzo.
Esco dalla fossa.
I genitori vogliono vedere.
Un mio collega cerca di fargli cambiare idea ma loro aspettano questo momento da ventiquattro anni: – Siamo pronti – dice lui.
Gli porgo la cassettina.
Io fisso l’elefantino colorato che gli ha tenuto compagnia per tutto questo tempo.
Loro no.
Alzo gli occhi e incontro quelli di lui.
Adesso non possiamo più abbassare lo sguardo, stupidi maschi orgogliosi.
È lei a rompere il ghiaccio: – Posso portare io la scatola fino all’ossario?
Guardo il mio collega anziano, ci mette tre secondi a decidere.
Va a prendere un paio di guanti nuovi, quelli grandi.
– Si metta questi – Le dice.
Ci incolonniamo dietro la sua dignità.
Quando arriviamo ci affida la scatolina. Prendo il pennarello nero.
Cerco di mantenere una buona calligrafia.
Sul tappo scrivo il nome, il cognome e una sola data, insieme alla sigla N.M.
Non sono le sue iniziali,
È l’aria frizzante di quella mattina che non ha potuto respirare, della storia che non ha potuto vivere.
N.M. è una sigla che non si scrive mai per intero.
Neanche adesso.

 

Una figura bianca.

Ieri, dopo quattro giorni di lavori, abbiamo finito di esumare un settore di posti a terra.
Sai che prima di andartene dovrai pulire a fondo, per non lasciare il cimitero come una trincea.
Chi resta scopa i vialetti, rastrella la ghiaia e chiude il cancello.
Non mi ha mai spaventato restare da solo nel camposanto, nemmeno dopo il tramonto.
Sto finendo di rastrellare quando dietro di me vedo scorrere veloce una figura bianca.
Ma sono solo…
Mica mi preoccupo, sarà stata un’impressione, oppure ho qualcosa nell’occhio: è volata polvere tutto il giorno.
Continuo a spostare sassolini.
Dal campanile vicino i battenti mi avvisano che sono le sei.
Dietro di me sfila di nuovo la figura bianca.
Mi volto e non c’è niente.
Mi guardo intorno, perché secondo me deve esserci qualcosa che il vento sta spostando qua e là.
Nulla. Nulla che sia bianco e che possa essere spostato con una ventata.
Mentre cerco di finire mi faccio più guardingo e tengo lo sguardo spinto all’indietro.
Ad un tratto ricompare!
Mi volto e sembra seguirmi…
E insomma, era il cappuccio della tuta.

L’ultimo ballo.

ragazza-alla-finestra-edvard-munch-1896-97-_coll_privata

Maria si affaccia alla finestra.

Lo fa ogni volta che passa di lì: scosta la tenda e sbircia per strada.

Sul muro di fronte ci sono i buchi dei proiettili dell’altro ieri, mentre il sangue è stato lavato oggi dal marciapiede.

Ogni volta si ferma, appena, e guarda fuori.

Nella piazza polverosa sono abbandonati giocattoli silenziosi: tappi, rocchetti e fucili di legno. Di bambini per strada durante la guerra non c’è segno; o sono al fronte o stanno nascosti.

Sopra le case Maria vede il cielo: è blu e rosso, striato di viola; come quella volta alla fiera di paese, quando lui le chiese di ballare; sua madre si accigliò e lei, senza nemmeno rispondergli, tornò a sedersi fissando per terra tutto il tempo.

Il suo mondo è fatto di attese: per la pace che arriva, sembra, da sud; per il papà lontano che ricorda appena e per qualcuno che non si può sapere, perché alla sua età non sta bene.

A volte lascia appesa la tenda alla maniglia, così se ha fretta lancia un’occhiata; gliene basta metà, anche solo per vedere una bici che passa.

Tra la camera e la cucina scosta la tenda di quella finestra per sbirciare, di nuovo, prima che sia sera. Un asino porta due giare, mentre un cane abbaia girandogli intorno e il contadino saluta qualcuno che lei non vede.

Prima di andare a dormire sposta la tenda bianca per l’ultima volta, stasera. Appoggia la fronte sul vetro ghiaccio e tentennando piano la testa guarda le stelle, esprimendo un desiderio. Sospira, la condensa le vela il panorama; con l’indice disegna un’iniziale, ma la cancella subito prima che qualcuno la veda.

Un suono improvviso le strappa le orecchie. Un uomo grida più forte della sirena. Poi un sibilo, si sente appena. Due comari nella piazza guardano per aria e indicano.

Maria alza la testa e la vede e la sente, un attimo prima che una scheggia la raggiunga.

Oggi Maria ha lasciato il loculo dove ha riposato per oltre settant’anni, per entrare in una scatola di zinco.

Mi sembra di vederla, ad ascoltare vecchie canzoni e far finta di danzare col suo amore.

Le prendo la mano guantata di pizzo bianco, la sollevo per l’ulna e il radio e mi regalo l’illusione di accompagnarla nel suo ultimo ballo.

Fiori d’acciaio

3144533789_dd65bba7dc_b

Esumazioni a terra.

Fa un caldo terribile.
La stoffa del cappellino non riesce a tenere il sudore. La tesa protegge gli occhi dal riverbero del sole che sui marmi delle tombe è accecante come sulla neve.

Devo ridurre le ossa di una signora morta quindici anni fa.

Poso la scatola di zinco alla testa del feretro e comincio.

A un metro da me c’è il marito che parla, parla continuamente e di qualunque cosa ma non di quello che sto facendo.
Io e il collega rispondiamo tentennando il capo e sorridendo.

Dopo aver sistemato testa e spalle, apro il tessuto della giacca e provo una strana sensazione, un disagio, come se un elemento scombinasse la routine.
Non lo capisco subito ed è questo che mi frega.

C’è il reggiseno.

Alle defunte non lo mettono.
Ne ho mai trovato uno durante queste operazioni? Stupido! Come ho fatto a non capire?

Nell’istante di incertezza mi ritrovo in mano una sfera che sembra gelatina.

Mi nascondo dietro la mia tesa come un bambino dietro al pollice ma vorrei sparire.

– Eh sì, perché lei… – Da adesso il marito resta in silenzio.

Io continuo a mettere tutto nella cassettina. Tutto, perché tutto le apparteneva, la completava.

Non vedo subito la giovane donna che si sta avvicinando. Sento prima i passi leggeri che sgranano la ghiaia. Ci scambiamo due buongiorno, il suo di circostanza il mio di imbarazzo.

Mi rendo conto che sta piangendo quando chiede al padre: – È pronta?

L’operazione continua nel silenzio, interrotto dai singhiozzi di lei. Quando ho finito mi ringraziano e mi salutano; solo adesso alzo la testa per ricambiare.

Solo adesso vedo che la giovane donna indossa una bandana e non ha le sopracciglia.

Torno dietro la mia tesa.

Maledizione!

 

Lenzuola e vecchi merletti.

come-riconoscere-e-curare-i-merletti-depoca_9e33ddbbb84f20fa57ebd7b485c2b271

Stiamo liberando alcuni sepolcreti che in seguito verranno demoliti.

Arriva una vecchina, piccola e grinzosa, con un sorriso così delicato e sincero che mette di buon umore solo guardarla.

Si avvicina e incrocia le braccia sul grembo. Le indichiamo la prossima tomba da liberare – E’ una familiare?

– Era mio marito – dice facendo seguire un istante di silenzio pieno di ricordi che le accentuano il sorriso – Siamo stati insieme per venticinque anni. Mi ha lasciato qualche giorno prima di poter festeggiare le nozze d’argento.

La guardiamo in silenzio perché nei nostri silenzi loro sentono partecipazione; hanno bisogno di venire ascoltati, non compatiti.

Continuiamo a fare l’operazione di apertura del feretro e al momento di togliere il coperchio di zinco, l’ultima barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, la signora torna da noi.

– Aspettate per favore – Apre la borsa che tiene a tracolla e ne estrae un piccolo fagotto bianco.

– Non posso permettermi un ossario murato – Dice mantenendo sorriso e dignità – Se fosse consumato lo dovrete mettere nell’ossario comune, però… – Ci allunga il piccolo fagotto da cui sbuca un merletto – vorrei che prima di infilarlo in quel posto tetro, metteste le ossa qui dentro, così rimarrà tutto insieme.

E’ una federa.

Ci capitano spesso richieste di questo tipo, per impedire fino all’ultimo di disperdere un nostro caro tra mille altri.

La salma è pronta per essere ridotta. Disponiamo le ossa nella federa come se componessimo un piccolo mosaico. Lo posiamo nell’ossario comune.

Il sorriso della signora si accentua ancora e si stringe nelle spalle, come se abbracciasse un ricordo e bisbiglia: – Tesoro mio, ne ha viste quella federa di cose… – Sulle piccole guance due rossetti la colorano di una tenerezza infinita, che vorrei togliermi i guanti e riempire quell’abbraccio col mio.

 

 

 

Era bellissima

botticelli-venere_370x248

Siamo impegnati nell’estumulazione di alcuni corpi dai loro loculi. E’ stata una giornata complicata perchè abbiamo trovato dei corpi mummificati. Di alcuni, i rispettivi familiari hanno deciso per il riseppellimento quinquennale; un paio hanno optato per la cremazione.

L’ultimo intervento del pomeriggio però è stato indimenticabile.

Abbiamo tolto il marmo. La donna che raffigura è lì dentro da oltre trent’anni. Appena smurati i mattoni che sigillano il loculo ci siamo trovati di fronte a un feretro praticamente intatto.

Solitamente sul legno attecchisce la muffa, oppure si sfoglia la vernice. Quella cassa invece, togliendo un po’ di opacizzazione dovuta forse all’umidità, sembrava nuova.

Inseriamo un vassoio d’acciaio facendolo scorrere lungo tutta la base del feretro, ci faciliterà l’estrazione. Notiamo che la cassa è sigillata da tre fasce di alluminio.

All’epoca della tumulazione era obbligatorio metterle per i defunti che arrivavano da fuori comune.

I familiari ci dicono che era morta in un ospedale fuori regione; è probabile che avesse anche ricevuto una iniezione di mantenimento. Ci guardiamo col mio collega: siamo quasi certi che troveremo un corpo non consumato. Nel qual caso dovremo seguire la procedura per seppellirla nella terra.

Togliamo il coperchio di legno, apriamo quello di zinco (nei loculi, nei sepolcreti e nelle tombe di famiglia è obbligatorio che il corpo sia prima deposto in un feretro sigillato di questo materiale). All’interno il corpo è avvolto in un telo di plastica.

Oggi esistono materiali biodegradabili, ma un tempo venivano usati teli di quel tipo per effettuare lunghi viaggi per evitare che ci fosse dispersione di eventuali liquidi.

Con mille precauzioni lo svolgo lentamente ma l’interno è asciutto.

Invece quella donna si è mantenuta intatta, ad eccezione di un pallore giallognolo della pelle.

E’ bellissima.

Non mi era mai capitato di trovare la “bellezza” dentro una cassa. In qualunque condizione si trovi un cadavere, il tempo lì dentro demolisce il suo aspetto.

Da sotto le palpebre si nota ancora il rigonfiamento dei bulbi oculari (un tessuto che si consuma velocemente), il naso è intero e ha addirittura le rughe sulle guance.

Per la prima volta ho provato la sensazione che quel corpo non fosse morto ma dormisse semplicemente e che da un momento all’altro potesse alzarsi e andarsene coi suoi piedi.

La figlia si affaccia. Appena vede sua madre i suoi occhi si gonfiano di lacrime. Si mette una mano davanti alla bocca, incredula.

– Oddio… è rimasta uguale!

Il mio nodo alla gola viene inghiottito, come le storie che ci raccontano le persone con cui ho a che fare in questi luoghi, che mi arricchiscono e danno un senso a questo lavoro.

“Non è fatto”

spunta-rossa-458x300

Siamo impegnati nell’estumulazione ordinaria di alcuni loculi. E’ stata una giornata complicata perché abbiamo trovato dei corpi mummificati. Di alcuni i rispettivi familiari hanno deciso per il riseppellimento quinquennale; un paio hanno optato per la cremazione.

Per comunicare tra di noi la possibilità o meno di ridurre dei resti umani, utilizziamo la formula “E’ fatto”, “Non è fatto”. Poi il responsabile riferisce ai cari presenti la notizia, con formule più consone.

L’ultimo intervento del pomeriggio è stato indimenticabile.

Abbiamo tolto il marmo. La donna che raffigura è lì dentro da oltre trent’anni. Appena smurati i mattoni che sigillano il loculo, ci siamo trovati di fronte a un feretro praticamente intatto.

Solitamente sulla cassa attecchisce la muffa, si sfoglia la vernice, oppure il legno è così logoro da sembrare sughero. Quella cassa invece, togliendo un po’ di opacizzazione dovuta forse all’umidità, sembra appena messa.

Inseriamo il vassoio d’acciaio su cui poserà la cassa per l’intera operazione e notiamo che è sigillata da tre fasce di alluminio. All’epoca della tumulazione era obbligatorio metterle per i defunti che arrivavano da fuori comune.

I familiari ci confermano che la donna era morta in un ospedale fuori zona.

Togliamo il coperchio di legno, apriamo quello di zinco (nei loculi, nei sepolcreti e nelle tombe di famiglia è obbligatorio che il corpo sia prima deposto in un feretro sigillato di questo materiale e quindi nella cassa di legno).

All’interno il corpo è avvolto in un telo di plastica. Oggi esistono materiali biodegradabili, ma un tempo per effettuare lunghi viaggi e evitare che ci fosse dispersione di liquidi, veniva usava la comune celluloide trasparente.

Nonostante il mio paio di guanti belli spessi, sollevo i lembi del telo con due sole dita, lentamente. Mi aspetto l’ennesima mummia, invece il corpo della donna si è  mantenuta in maniera incredibile, ad eccezione di un pallore giallognolo del viso.

Era piuttosto anziana al momento della morte ma nel tempo trascorso ha conservato le rughe del volto, le labbra (mentre di solito nei corpi mummificati sono consumate) e sotto le palpebre chiuse si nota ancora la sfera del bulbo oculare. E’ un tessuto talmente molle che si consuma precocemente nei primi processi di decomposizione. Infatti, nei corpi non mineralizzati, di solito le palpebre ripiegano all’interno dell’orbita, su un occhio probabilmente atrofizzato.

Non avevo mai visto niente di simile. Per la prima volta ho provato la reale sensazione che quel corpo non fosse morto ma dormisse semplicemente e che da un momento all’altro potesse alzarsi e andarsene coi suoi piedi.

Può darsi che al momento della morte abbiano effettuato sul corpo della donna un’iniezione di mantenimento che, in combinazione con la chiusura nella plastica e la sigillatura nello zinco, ha permesso ai tessuti di rimanere intatti.

Sono così stupito da non accorgermi che nel frattempo un familiare si è avvicinato: “Come va?”

Mi volto e mi scappa un “Non è fatto”.

Arrossisco un po’. La prossima volta sarò più formale.

Promesso.

Oltre la morte

6681969-Claws-scratches--Stock-Vector-claw-scratch-claws

Avvertenza: Non è un post soprannaturale

Sembra che le orecchie siano una delle poche parti del corpo umano (se non l’unica), che crescono finché l’individuo ha vita.

Però ce ne sono alcune che continuano  a farlo anche dopo la morte.

Tessuti come quelli delle unghie e dei capelli, una volta sopraggiunta la fine, proseguono la loro vita per un periodo variabile, comunque breve,

Però devono esserci le eccezioni.

In alcune, rare occasioni, durante esumazioni o estumulazioni (soprattutto quest’ultime, perché non c’è la terra consumare i tessuti), di fronte a un corpo ancora integro, ho assistito alla sorpresa dei familiari nel trovare le unghie o i capelli del proprio caro, estremamente più lunghi, rispetto al momento della chiusura del feretro.

Naturalmente ignoro come fosse lo stato di questi tessuti al momento della morte e non posso contare sulla memoria dei parenti; però una volta sono rimasto stupito, nel constatare che le unghie del defunto erano veramente lunghe e trasandate, come se per uno, due mesi nessuno le avesse curate. Un fatto strano, perchè solitamente la cura del corpo è uno dei passaggi della vestizione del defunto.

Sono certo che questi fattori come le unghie o i capelli eccessivamente lunghi, stato di conservazione oltre la norma, ecc… abbiano contribuito, in un passato remoto, quando la scienza ignorava il procedimento di decomposizione o conservazione dei tessuti; a creare miti come il vampiro.

Questioni di decomposizione

Il segreto per una corretta decomposizione?

Non esiste, mi spiace.

Se a qualcuno è venuto in mente di curare il proprio corpo anche dopo il passaggio su questa terra, sono desolato, non ci sono rimedi efficaci.

Puoi fare fitness, yoga, vivere in poltrona, mangiare vegano o spolverare vassoi di salsicce… Quando finiamo lì sotto (là dentro, là fuori o in qualunque posto capiti di trovarsi), non è possibile assicurarsi di non fare brutte sorprese ai nostri parenti.

Ci sono due modi per stabilire le modalità di decomposizione di un corpo: lo studio teorico e l’atto pratico.

Dal primo scaturisce tutta quella letteratura scientifica che serve per stabilire con oggettiva esattezza gli stadi successivi dì decomposizione e alimenta discipline mediche, criminologiche e letterarie.
Il secondo non è una scienza esatta ma deriva dall’esperienza diretta di chi, per lavoro, ha a che fare con cadaveri che da anni giacciono in un feretro.

Io rappresento il secondo caso.

La mia sensazione è che nel disfacimento fisiologico di un corpo, sopraggiungano eventi soggettivi tali, da far insorgere tutta una serie di problematiche che portano a due situazioni opposte: la mummificazione dei tessuti, o la mineralizzazione precoce.

Una differenza alla fonte la fornisce il luogo dove viene deposto il feretro: nella terra o nel loculo.

Da quel momento tutto può succedere. Entrano in gioco fattori come l’umidità, le infiltrazioni d’acqua, il tipo di terra (più o meno ricca, dipende da quanto tempo accoglie spoglie mortali), resistenza o meno del coperchio del feretro alla spinta del terreno (se cede nascono tutta una serie di ipotesi), la presenza di alberi (che arricchiscono il terreno).

Per quel che riguarda la mia esperienza, in presenza di corpi non decomposti, nei loculi ci troviamo di fronte a tessuti asciutti, nella terra solitamente molli.

Ci sono le eccezioni.

Una delle precauzioni che un’impresa funebre prende sempre, è impedire che eventuali liquidi possano fuoriuscire dal feretro, prima che esso sia deposto. Nella seconda metà degli anni ’90 cominciarono a diffondersi dei materassini biodegradabili, che assicuravano una tenuta ottimale e che si scioglievano dopo qualche tempo, permettendo ai liquidi di fuoriuscire.

Prima di allora venivano utilizzati teli di plastica: avevano una grande resistenza ma giungevano intatti al momento dell’esumazione.

In questi casi tutto quello che un corpo produce viene trattenuto, impedendo il processo naturale di deterioramento biologico e creando casi sempre diversi.

Spesso i parenti dei defunti che non si sono consumati, raccontano che il loro caro aveva effettuato cure lunghe e pesanti. Talvolta ci sono medici tra i parenti, secondo i quali, sono i cibi pieni di conservanti che mangiamo a farci mantenere intatti.

Sono soltanto teorie.

Immagino basti che un liquido non ottemperi alla sua funzione e si modifichi il suo PH, per condizionare i successivi stadi di decomposizione.

Le variabili e le varianti sono così numerose da rendere impossibile ogni congettura su quale stato troveremo un corpo.

Tale e quale

Ladri-di-biciclette

Stiamo facendo delle estumulazioni, togliamo cioè alcune casse dai loculi.
Il familiare pesticcia nei paraggi senza mettersi mai nel mezzo alle nostre operazioni. Piano piano rompe il ghiaccio con domande sul nostro mestiere e ci osserva con sguardo assente mentre togliamo i vecchi mattoni.

Ha gli occhi tristi.

Non è normale avere occhi tristi in queste occasioni. Solitamente i parenti mostrano impazienza, curiosità, nostalgia. Chi ha gli occhi tristi di solito ci racconta una storia altrettanto triste, come se la morte fosse giunta senza che un ciclo fosse chiuso.

Il familiare rievoca la vita di suo padre, che tornando in bicicletta dal lavoro fu travolto da un’auto, rimanendo ucciso sul colpo.

Era il 1967.

Aveva 32 anni, Il figlio 7 e stava per rivedere suo padre a 55.

La sua storia era così sincera e dettagliata, che mentre raccontava immaginavo la scena come un film in bianco e nero, ricollegando quel fatto ai volti del capolavoro “Ladri di biciclette”.

Quando arriva il momento di aprire la cassa rimango di stucco.

Guardo la foto sul marmo e mi stupisco di quanto il defunto sia ancora somigliante a quella.

Non capita facilmente. Una salma non si riconosce nella foto esposta, perché l’immagine può essere antecedente la morte di anni o anche solo per il fatto che la faccia di solito è consumata.

L’uomo è mummificato: impossibile fare la riduzione. Il figlio si avvicina e rimane in silenzio. Noi con la scusa di riordinare gli attrezzi lo lasciamo per un po’ da solo coi suoi ricordi.

Quando ci avviciniamo per spostare la salma mi accorgo che il volto dell’uomo è praticamente intatto. I capelli sono al loro posto, il volto è diventato scuro ma totalmente integro e riconoscibile

Sembra il negativo della foto commemorativa fissata sul marmo.

Chiediamo al figlio se possiamo chiudere la scatola biodegradabile con cui il padre sarà seppellito a terra per i prossimi 5 anni.

Dice sì, ci saluta poi guarda di nuovo verso la scatola.

– Ciao babbo.