Gli invisibili

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Con gesto sinuoso e continuo faccio un doppio cappio e stringo il tessuto fino al pomo d’adamo.

La cravatta trattiene il calore del corpo e le emozioni. Carezzo il nodo per assicurarmi che sia dritto con le punte della camicia e non si veda l’ultimo bottone chiuso.

Infilo prima braccio sinistro poi il destro, aggiusto la giacca sulle spalle, i bottoni escono dalle asole, le tasche sono chiuse, tutte e due. Due colpetti di routine sul petto, più a scuotere la tensione che la polvere.

Le pense dei pantaloni cadono sul collo dei piedi, le scarpe sono lucide. Bagno un fazzoletto di carta e tolgo una macchia di polvere sulla punta di una.

Cerchiamo la perfezione nei nostri abiti e nella nostra postura, ci muoviamo lentamente limitandoci allo spazio necessario al nostro lavoro.

 

Il resto del tempo lo passiamo sugli attenti, mani giunte, come soldati o camerieri, senza guardarci intorno.

Quando ci muoviamo è in sincrono e in silenzio. Sappiamo quello che c’è da fare e per dirlo usiamo gli occhi.

Una famiglia in lutto non ha bisogno della nostra eleganza, ha bisogno che siamo invisibili.

Il caos genera inquietudine, l’ordine tranquillità.

 

Cinquanta

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Uno.

Mario faceva l’artigiano.

Due.

Aveva tre figli maschi ma nessuno era entrato nell’azienda di famiglia.

Tre.

Non glielo avrebbe mai detto ma era felice perché ognuno aveva trovato la sua strada.

Quattro.

Indipendentemente da lui.

Cinque.

Quando dovette chiudere la sua impresa, ringraziò il cielo di non aver lasciato i suoi ragazzi senza lavoro.

Dieci.

Sua moglie lo aveva sempre amato, dal follemente di quando erano fidanzati, al sei stato l’unico uomo della mia vita, sul letto di morte.

Quindici.

Quando era piccolo suo padre lo aveva picchiato una volta.

Ventisei.

Il suo orto era tenuto meglio di quello del vicino, tiè.

Trentadue.

Una volta aveva desiderato un’amica di famiglia e si era sentito sporco.

Quarantuno.

Intorno ai sessanta aveva perso la passione per la politica.

Cinquanta.

Adesso il coperchio non si vede più. Gettiamo la pala lontana quasi con rabbia, senza curarci che forse è un gesto brutto da vedere.

E’ il nostro sfogo. Ora ci penserà la ruspa.

Mario non esiste.

Noi necrofori siamo come le copertine in fondo al libro. Chiudiamo una storia dopo che qualcun altro ha già scritto la fine.

 

Il cimitero ebraico

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Tempo fa ho lavorato in un cimitero ebraico.
Non ci si può entrare a cuor leggero.

Le tombe lì dentro parlano.

L’atmosfera che si respira è austera e solenne, tutto è un simbolo, un richiamo alla storia, alla loro.
Forse è la consapevolezza che fa la differenza.
Ciò che risalta di più sono le tombe degli anziani, quelli che l’Olocausto l’hanno vissuto sulla propria pelle.
La maggior parte.

Non è aperto al pubblico, si deve suonare per entrare. Perché in passato quel luogo ha subito violazioni di ogni genere da parte dei vandali.

Ci si muove per i viali in punta di piedi, come per non disturbare il sonno eterno e quando incrociamo un familiare ci salutiamo con un gesto.

Le tombe sono perenni, ognuna ha la sua struttura ma i materiali usati sono gli stessi e così tutto assume un aspetto uniforme, come fosse un enorme monumento in continua mutazione.

Non c’è una lapide o una scultura che accenni a un bisogno di rivalsa oppure al rancore ma tutto è impostato a tramandare un messaggio di speranza, di pace, di memoria.

Durante la sepoltura i parenti si voltano verso Israele e intonano un canto o una preghiera; anche i defunti sono sepolti guardando in quella direzione.

Ma che tu sia un visitatore, un familiare o un operaio, c’è una tradizione che è importante da rispettare, a ogni costo.
Una sola.

Se osservi le tombe puoi notare che su ognuna ci sono dei sassolini.
Ce ne sono di colorati, di pietra oppure di vetro ma tutti hanno lo stesso significato. Bellissimo.

Ognuno di essi è un viaggio.

Ogni volta che un parente o un amico lontano passano per visitare una tomba, lasciano uno di quei sassi: è una testimonianza, un pellegrinaggio per tenere viva la memoria.

Ci sono tombe piene di piccole pietre e le hanno posate mani provenienti da tutto il mondo.

Non si possono rimuovere. Mai.
Perché servono per dire a chi arriverà dopo che è passato qualcuno: non importa chi, importa che.

Fiori d’acciaio

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Esumazioni a terra.

Fa un caldo terribile.
La stoffa del cappellino non riesce a tenere il sudore. La tesa protegge gli occhi dal riverbero del sole che sui marmi delle tombe è accecante come sulla neve.

Devo ridurre le ossa di una signora morta quindici anni fa.

Poso la scatola di zinco alla testa del feretro e comincio.

A un metro da me c’è il marito che parla, parla continuamente e di qualunque cosa ma non di quello che sto facendo.
Io e il collega rispondiamo tentennando il capo e sorridendo.

Dopo aver sistemato testa e spalle, apro il tessuto della giacca e provo una strana sensazione, un disagio, come se un elemento scombinasse la routine.
Non lo capisco subito ed è questo che mi frega.

C’è il reggiseno.

Alle defunte non lo mettono.
Ne ho mai trovato uno durante queste operazioni? Stupido! Come ho fatto a non capire?

Nell’istante di incertezza mi ritrovo in mano una sfera che sembra gelatina.

Mi nascondo dietro la mia tesa come un bambino dietro al pollice ma vorrei sparire.

– Eh sì, perché lei… – Da adesso il marito resta in silenzio.

Io continuo a mettere tutto nella cassettina. Tutto, perché tutto le apparteneva, la completava.

Non vedo subito la giovane donna che si sta avvicinando. Sento prima i passi leggeri che sgranano la ghiaia. Ci scambiamo due buongiorno, il suo di circostanza il mio di imbarazzo.

Mi rendo conto che sta piangendo quando chiede al padre: – È pronta?

L’operazione continua nel silenzio, interrotto dai singhiozzi di lei. Quando ho finito mi ringraziano e mi salutano; solo adesso alzo la testa per ricambiare.

Solo adesso vedo che la giovane donna indossa una bandana e non ha le sopracciglia.

Torno dietro la mia tesa.

 

Lenzuola e vecchi merletti.

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Stiamo liberando alcuni sepolcreti che in seguito verranno demoliti.

Arriva una vecchina, piccola e grinzosa, con un sorriso così delicato e sincero che mette di buon umore solo guardarla.

Si avvicina e incrocia le braccia sul grembo. Le indichiamo la prossima tomba da liberare – E’ una familiare?

– Era mio marito – dice facendo seguire un istante di silenzio pieno di ricordi che le accentuano il sorriso – Siamo stati insieme per venticinque anni. Mi ha lasciato qualche giorno prima di poter festeggiare le nozze d’argento.

La guardiamo in silenzio perché nei nostri silenzi loro sentono partecipazione; hanno bisogno di venire ascoltati, non compatiti.

Continuiamo a fare l’operazione di apertura del feretro e al momento di togliere il coperchio di zinco, l’ultima barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, la signora torna da noi.

– Aspettate per favore – Apre la borsa che tiene a tracolla e ne estrae un piccolo fagotto bianco.

– Non posso permettermi un ossario murato – Dice mantenendo sorriso e dignità – Se fosse consumato lo dovrete mettere nell’ossario comune, però… – Ci allunga il piccolo fagotto da cui sbuca un merletto – vorrei che prima di infilarlo in quel posto tetro, metteste le ossa qui dentro, così rimarrà tutto insieme.

E’ una federa.

Ci capitano spesso richieste di questo tipo, per impedire fino all’ultimo di disperdere un nostro caro tra mille altri.

La salma è pronta per essere ridotta. Disponiamo le ossa nella federa come se componessimo un piccolo mosaico. Lo posiamo nell’ossario comune.

Il sorriso della signora si accentua ancora e si stringe nelle spalle, come se abbracciasse un ricordo e bisbiglia: – Tesoro mio, ne ha viste quella federa di cose… – Sulle piccole guance due rossetti la colorano di una tenerezza infinita, che vorrei togliermi i guanti e riempire quell’abbraccio col mio.

 

 

 

Il beccamorto

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Tra i nomignoli che ci affibbiano più spesso c’è quello di becchino o beccamorto.
In tempi recenti su Facebook si sono diffuse leggende di ogni genere, relative all’origine di queste nomenclature, e altre legate al mio mestiere.
Alcune sono totalmente false, altre solo in parte vere.

Il beccamorto o becchino riassume in un solo individuo i compiti che oggi sono divisi tra più figure professionali.

Gli studiosi del medioevo ci hanno tramandato un sapere fondamentale ma l’aspetto medico e mortuario erano molto semplificati, non tanto a causa delle minori conoscenze, ma della scarsità di strumenti e pulizia.

Nel medioevo oltre alla normale attività necrofora, si aggiunse l’incredibile mole di decessi, dovuti a pestilenze o epidemie. Le città avevano spesso un odore nauseabondo, specialmente nei periodi caldi.

In questo periodo i necrofori oltre a assumere un ruolo importante per la salute pubblica, avevano il compito di girare per boschi e campagne in cerca di persone decedute in totale solitudine, allo scopo di dare loro degna sepoltura.

Era necessario che si tutelassero dal pericolo di aggressioni da parte di banditi o disperati. Probabilmente è per questo che il becchino assunse una sorta di divisa,  che fosse al tempo riconoscibile da tutti e incutesse timore, sfruttando la grande superstizione delle persone.

Il loro aspetto li faceva somigliare a dei corvi, animali che all’occorrenza si cibano anche di carogne e, come i gatti neri, nella mentalità medioevale portavano sfortuna e malaugurio.

La questione sull’origine del nome si disputa su più aspetti che possono derivare da quanto segue.

I becchini indossavano vesti nere. La mantella aveva un cappuccio che concludeva con una punta, chiamata becca.

Indossavano una maschera rigida, concettualmente molto innovativa, che proteggeva gli occhi (quando venivano bruciate le vittime di un’epidemia, il fumo era insopportabile) e impediva l’inalazione dei cattivi odori. Si chiudeva in una specie di becco in cui inserivano essenze profumate e tessuti che filtrassero gli effluvi esterni. La leggenda vuole che fosse con questo becco che pungevano i defunti nelle parti sensibili (alluci, fianchi, parti intime) per verificarne l’effettiva morte. Ma lo escludo.

All’epoca molti becchini erano anche medici e giravano con una bacchetta che serviva per toccare gli ammalati e forse poteva servire per pungere (beccare) i defunti per i soliti motivi.

La faccenda che i beccamorti fossero chiamati così perché mordevano gli alluci ai defunti per scongiurare morti apparenti è certamente assurda.